Automotive, una crisi tra numeri e scelte sbagliate

La situazione di difficoltà che si sta manifestando non è, quindi, diffusa in modo omogeneo né tra i paesi né tra i marchi
Un'azienda del settore automotive - © www.giornaledibrescia.it
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In questi giorni sta emergendo il quadro molto difficile nel quale si trova il settore automotive in alcuni paesi europei. Vale la pena di fare parlare i numeri per cercare di cogliere gli aspetti più significativi di quanto realmente sta avvenendo.

Partiamo dal livello macro che, per l’Europa, ci permette di evidenziare come il mercato automotive per il 2024 sia orientato al consolidamento con una produzione stabile con un evidente rallentamento per quanto riguarda il settore elettrico. Analogo discorso, sebbene con percentuali diverse, può farsi per i vari Paesi dell’Ue. Questo aspetto si è consolidato nell’ultima parte dell’anno dove le differenze tra Paesi e, soprattutto, tra marchi hanno reso evidente quanto siano sostanzialmente diverse le posizioni competitive delle case automobilistiche europee e delle aree geografiche dove si trovano i loro più importanti siti produttivi.

Così se per Francia, Italia e Germania le contrazioni delle vendite di Stellantis e Volkswagen (con le controllate) stanno portando a gravi problemi occupazionali e di prospettiva economica, altre regioni non stanno registrando (pur in un mercato non certo in espansione) altrettante criticità.

La situazione che si sta manifestando non è, quindi, diffusa in modo omogeneo né tra i paesi né tra i marchi. Malgrado ciò i segnali di allarme non possono più essere sottovalutati. Ricordiamo che il settore incide sul Pil europeo per il 7% impiegando poco meno del 7% della forza lavoro europea con una produzione di oltre 17 milioni di veicoli l’anno e investendo il 30% della R&d industriale.

Se guardiamo l’Italia il contributo è intorno al 6% del Pil con circa un milione di addetti (compreso l’indotto); il nostro paese rimane leader mondiale nella componentistica grazie al ruolo preminente della provincia di Brescia, che vede più di 300 aziende coinvolte nella filiera automotive con più di 40mila addetti (contando l’indotto) con un fatturato superiore ai 7 miliardi di euro in gran parte (70%) proveniente dall’estero. Non gestire la questione o, peggio, lasciare che sia l’inerzia a dettare il passo potrebbe essere pericoloso soprattutto per l’Italia le cui aziende sembrano più in difficoltà di altre.

Per provare ad affrontare quanto si sta verificando, è fondamentale guardare in faccia la realtà evitando, ad esempio, di scaricare le responsabilità solo su uno dei tanti motivi che hanno determinato questo trend. Che una certa superficialità «ideologica» abbia portato a forzare la mano sul fronte delle scelte tra le diverse forme di motorizzazione è evidente soprattutto per le logiche radicali che sono state adottate. Settori complessi e tecnologie così innovative richiedono attenzioni e piani di implementazione che non devono portare a forzature illogiche ed irrealizzabili. Sempre prestando attenzione al collegamento tra ideologie e loro applicabilità, è inaccettabile ignorare che mercati così importanti vedano paesi con forme di protezione, anche esasperate, che falsano i mercati stessi. Infine, illudersi che una piccola porzione del mondo e del consumo di idrocarburi possa, da sola, risolvere i problemi ambientali del globo appare del tutto utopistico.

Detto questo, però va anche affrontato un altro tema spesso sottovalutato sia dalla politica sia dall’industria. Ovvero l’inefficienza che caratterizza spesso i nostri sistemi produttivi dove ancora fanno fatica a trovare spazio innovazioni che, altrove, hanno già messo radici. Accompagnare un processo di innovazione dovrebbe ispirare il sistema economico e politico. Non si tratta solo di intervenire con agevolazioni pro tempore, o di rincorrere politiche di protezionismo che, avrebbero pesanti ricadute sia nel settore stesso (l’interconnessione dei mercati in questo settore rimane un dato di fatto), ma di dare vita a un piano serio di sviluppo per sostenere il cambiamento.

Non servono dichiarazioni roboanti ma capacità di indirizzo, non servono prebende statali ma risorse (molte e anche pubbliche) da dedicare (e recuperare/orientare) per un progetto che possa coniugare il consolidamento dell’esistente con l’apertura a nuove sfide. Un piano che dovrebbe vedere l’intera industria continentale coinvolta malgrado le differenze citate. Servirebbe una volontà comune di sviluppo capace di decidere su priorità e metodi di intervento accantonando proclami o personalismi per dare fiato a quel «fare» insieme che dovrebbe caratterizzare la nostra Europa.

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