Tenerezza negata per quei morti. Se la meritavano

Lettere al direttore
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Molto si è scritto in questi giorni delle due persone morte in via Milano. Per noi, uno di questi senza fissa dimora era Alessandro, un ragazzo con alcuni precedenti che avevano trovato terreno fertile in una vita complessa. Ebbene anche nel momento della morte non vi è stata per lui alcuna tenerezza. I genitori hanno appreso della sua morte sfogliando le pagine del Giornale di Brescia. Nessuno li aveva chiamati eppure, al cronista che ha pubblicato la notizia, qualcuno deve aver fornito tutte le informazioni del caso: nome e cognome, età, precedenti penali, condizioni di salute e perfino del suo stato diabetico, dettagli utili per essere pubblicati in prima pagina, ma non per rintracciare la famiglia che risiede a Brescia. Solo dopo numerose telefonate senza esito, la mamma nella tarda mattinata di domenica è stata richiamata ed invitata a presentarsi all’obitorio per identificare il figlio. Abbiamo già informato il prefetto di quanto accaduto e ricevuto dallo stesso un immediato e apprezzato riscontro affinché quanto verificatosi non abbia più a ripetersi. È vero, il finale di questa triste storia non sarebbe cambiato, ma avremmo almeno potuto dare ad Alessandro e alla sua famiglia, il rispetto e la riservatezza che ogni vita, e ogni morte, dovrebbero sempre avere.

Lettera firmata

Carissima, ci spiace immensamente per quei genitori e confidiamo nella sensibilità del prefetto, affinché le Forze dell’ordine avvisino sempre prontamente e una tale omissione non si ripeta. Ciò che vorremmo evitare invece è che la «riservatezza» che lei auspica equivalga a un velo di silenzio. Il rischio infatti sarebbe di non dare alle persone un volto, un nome, e senza raccontarne la storia, anche di dolore, d’emarginazione, si finisca appunto per «spersonalizzare», per accentuare un’indifferenza che invece, quella sì, è un vero male. Quelle avvenute nei giorni scorsi non sono state morti vaghe, qualsiasi, gente passata da questo mondo come fantasmi, bensì erano Alessandro e il giorno prima Azat, avevano entrambi poco più di quarant’anni, ci sono vissuti accanto. E che siano deceduti, da soli, al freddo, in centro, deve essere un pugno nello stomaco, per tutti. Così che non se ne siano andati invano e vicende simili mai si ripetano. (g. bar.)

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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