Sono tempi grami. Quali punti fermi possiamo avere?

Lettere al direttore
Lettere al direttore
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«Mala tempora currunt, sed peiora parantur», questa frase, per quanto banale e sfruttata, è ancora ben attuale. La si pronuncia quando non si sa più quali pesci pigliare. Il compito fondamentale delle democrazie liberali è quello di assicurare a tutti l’accesso al potere e di conseguenza garantire a tutti pari opportunità e livelli di vita dignitosi. Vale per i singoli cittadini, attraverso le Costituzioni di ogni singolo Paese, vale nei rapporti internazionali tra Stati forti e Stati più deboli. In pochi anni, invece, le relazioni multilaterali internazionali costruite intorno ai principi di un diritto internazionale «garantito» dall’Onu, creato nel settembre del 1945, stanno giorno dopo giorno sgretolandosi, sconfitte dalla «ragion di stato» con la quale si giustificano le peggiori nefandezze dei governi. L’Onu nemmeno più ci prova a governare i conflitti regionali attraverso i principi del diritto e, per quanto di scarso impatto, le sue deliberazioni non vengono più né assunte né prese in considerazione e la figura del suo segretario generale ha ormai un peso irrilevante. In ogni contesto geopolitico di prima si spara, si bombarda e poi, casomai si discute, ma non partendo dallo «status quo ante» ma dalle posizioni guadagnate grazie alle armi. Per millenni è stato così. L’Impero Romano, l’Impero Britannico, l’Impero Ottomano sono stati creati e mantenuti così. La speranza che le regole della forza delle armi fosse governata dai principi della carta dell’Onu è entrata in una crisi profonda. Il barlume di speranza di cambiamento arrivato dopo il «macello» della Prima guerra mondiale, attraverso la creazione della Società delle nazioni che, dopo le nefandezze del nazismo e del fascismo nella Seconda guerra mondiale si è trasformata nella Organizzazione delle nazioni unite. Obbiettivo, porre fine alle guerre. Ottant’anni di gestione dei rapporti internazionali attraverso il «diritto internazionale», per quanto molto spesso altalenanti e contraddittori, purtroppo non hanno però creato una coscienza politica, diffusa e condivisa di negazione «per default» della guerra come strumento di affermazione politica. Anche e soprattutto tra i portatori dei valori della cultura occidentale, americani in primis. Oggi che, piaccia o no, la cultura del dialogo e del multilateralismo, ha un solo autentico difensore, il Papa. Ma proprio dalla sua figura di massimo esponente di una religione in un mondo totalmente laico nasce la sua debolezza politica. Quali altri capisaldi abbiamo cui aggrapparci per sperare che il dialogo e il rispetto del diritto internazionale abbiano la meglio sull’uso delle armi? Guardando avanti, quale speranza di cambio di rotta abbiamo perché le «potenze imperiali» o supposte tali rinuncino all’uso della prassi «prima sparo e poi discuto»?

Ludovico Guarneri

Ghedi


Caro Ludovico, ma pure Luigi e gli amici di Manerbio della lettera qui sotto, quello che pone è un tema complesso, che necessiterebbe di un editoriale, come minimo. Ci limiteremo a questo: il diritto internazionale è una coperta che i potenti utilizzano quando fa comodo; l’Onu è un’idea nobile ma che risente di una concezione del mondo figlia della Seconda guerra mondiale e ora superata; il sistema liberale (libertà personale, certezza del diritto, tutela della proprietà privata, arbitrato neutrale nelle controversie), che ha negli Stati Uniti il caposaldo, a prescindere dal presidente di turno, e la nostra Italia tra le nazioni più rappresentative, ha un valore sempre attuale, la cui difesa culturale vale più di quella con le armi; il Papa tutto ciò lo sa benissimo e il bello, nella fase storica che dura da quasi un secolo, è che è libero di dirlo, senza vincoli, ergendosi a vera voce fuori dal coro. Premesso ciò, ogni epoca pare di «mala tempora» per chi la vive, tuttavia dovremmo essere anche altrettanto onesti da riconoscere quante fortune abbiamo rispetto a chi ci ha preceduto, impegnandoci perciò affinché il mondo vada sempre meglio e non peggio. (g. bar.)

Di fronte alle recenti offese rivolte a Papa Leone da un Trump fuori di sé, non si può restare in silenzio, cattolici praticanti o laici che possiamo essere. Per i cattolici di tutto il mondo, naturalmente il Papa non è soltanto una figura istituzionale, ma una guida spirituale, un simbolo di unità, di fede e di speranza. Attaccarlo significa colpire non solo una persona, ma ciò che rappresenta per milioni di credenti. È per questo che il mondo cattolico è chiamato a reagire con fermezza e dignità. Non con odio o divisione, ma con una voce chiara e unita che riaffermi il rispetto dovuto alla Chiesa e al suo Pastore. Sentirsi offesi in questi momenti non è debolezza: è il segno di un legame profondo, di una appartenenza che non può essere ignorata o banalizzata. La risposta deve essere corale: insieme, per difendere non solo una persona, ma i valori di rispetto, dialogo e responsabilità che stanno alla base della convivenza civile. Difendere il Papa significa difendere la dignità della fede e il diritto di ogni comunità religiosa a non essere oggetto di attacchi gratuiti. Ma anche da una prospettiva laica e non praticante, le parole di Trump nei confronti di Papa Leone risultano difficili da giustificare. Non è tanto una questione di fede o di adesione alla religione cattolica, quanto di rispetto istituzionale e umano. Anche chi non è praticante può riconoscere l’importanza di mantenere un certo livello di civiltà nel discorso pubblico, soprattutto da parte di figure politiche di primo piano. Anche senza condividere la fede, un ateo può riconoscere il valore culturale, storico e simbolico del papato. Offese gratuite verso una figura religiosa importante possono essere viste come mancanza di rispetto verso milioni di persone. Non è una questione di «stare con il Papa», ma di rifiutare un modo di comunicare aggressivo e poco dignitoso: un comportamento che appare inaccettabile a prescindere dalle opinioni personali.

Luigi Andoni e altri anziani

Manerbio

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