Sanzione ingiusta. Che frustrazione per noi cittadini

Lettere al direttore
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Scrivo come figlia di un cittadino che ha sempre cercato di rispettare le regole, e sento il dovere di raccontare quanto è successo per evidenziare la frustrazione che proviamo di fronte a una Pubblica Amministrazione che non ascolta e non tutela chi fa tutto il possibile per comportarsi correttamente. Nel 2022 mio padre riceve una sanzione amministrativa dal Comune di Milano per aver percorso una breve tratta riservata ai bus nei pressi della stazione di Milano Lampugnano, mentre si recava a prelevare me, sua figlia, rientrata dalla Germania in autobus. Un episodio senza alcun intento elusivo o pericoloso, che riconosce immediatamente e cerca di regolarizzare entro i termini previsti, usufruendo dello sconto per pagamento entro cinque giorni. Il problema nasce quando tenta di pagare: il sistema PagoPA indicato dal Comune non funziona. Il QR code riportato sul verbale non viene riconosciuto né online né presso uffici postali o tabaccherie. Nonostante tutti i suoi tentativi, il pagamento risulta impossibile. Mio padre non resta inattivo. Segnala immediatamente il malfunzionamento al supporto tecnico, via email e telefono, allegando screenshot e aprendo una pratica. Contatta gli uffici comunali, riesce finalmente a parlare con un’operatrice e invia anche una mail per documentare ufficialmente la telefonata, indicando nome e numero di matricola del dipendente con cui ha parlato. Dopo sette giorni riceve finalmente la conferma scritta del ripristino del sistema, con tanto di scuse per il disagio. Paga immediatamente: il pagamento avviene al settimo giorno dalla notifica, due giorni oltre il termine dei cinque previsti, causati esclusivamente dal malfunzionamento tecnico del sistema PagoPA. Il pagamento viene regolarmente incassato dal Comune di Milano. Seguono tre anni e mezzo di assoluto silenzio. È naturale, per un cittadino che ha fatto tutto il possibile per adempiere correttamente ai propri obblighi, ritenere la questione definitivamente chiusa. A dicembre 2025, arriva un’ingiunzione: vengono richieste maggiorazioni e spese contestando il fatto che il pagamento del 2022 sarebbe avvenuto oltre i cinque giorni dalla notifica. Due giorni di ritardo. Due giorni causati esclusivamente da un malfunzionamento tecnico, puntualmente segnalato e documentato. Mio padre presenta quindi formale istanza di autotutela, ricostruendo nel dettaglio l’accaduto e allegando tutta la documentazione a dimostrazione della sua condotta diligente. L’istanza viene tuttavia rigettata con una motivazione puramente formale, che si limita a rilevare che il pagamento è avvenuto «in ritardo», senza alcuna valutazione delle circostanze concrete né del disservizio tecnico segnalato. Ed è qui che nasce la vera frustrazione. Non per l’importo, ma per il messaggio che passa. Un cittadino che rispetta le regole, che segnala tempestivamente un disservizio dell’Amministrazione, che documenta ogni passaggio e paga non appena gli viene consentito, scopre che tutto questo non conta nulla. Conta solo una lettura rigida, automatica, cieca al contesto e alla realtà dei fatti. Alla fine il meccanismo è sempre lo stesso: il cittadino viene logorato. Non perché abbia torto, ma perché è stanco. Stanco di spiegare, di dimostrare, di difendersi da un errore che non ha commesso. L’alternativa sarebbe rivolgersi al Giudice di Pace, anticipando altri costi, altro tempo, altra energia, con il rischio concreto di sentirsi comunque dire che «la sanzione è dovuta». Un percorso sproporzionato, scoraggiante, che di fatto spinge alla rinuncia. Oltre il danno, la beffa. E così, per sfinimento, si paga di nuovo. Con maggiorazioni. Per un disservizio pubblico trasformato in colpa privata. Mi chiedo allora che senso abbia tutto questo. Che senso ha parlare di legalità, di collaborazione tra cittadino e istituzioni, se chi si comporta correttamente viene trattato come un numero e non come una persona? Che credibilità può avere una Pubblica Amministrazione che non distingue tra chi elude e chi cerca di adempiere, ma viene bloccato dai propri stessi sistemi? Se rispettare le regole non basta a essere tutelati, il problema non è il cittadino. È il sistema. Questa non è solo la storia di mio padre. È il riflesso di un rapporto sempre più sbilanciato tra cittadini e istituzioni, in cui il rispetto delle regole sembra non essere sufficiente a garantire equità, buon senso e giustizia. E come figlia, sento il dovere di dire che questa ingiustizia pesa su tutta la famiglia, lasciando amaro in bocca e la sensazione d’impotenza nei confronti di chi dovrebbe tutelarci e invece ci ignora.

Francesca Belluati

Cara Francesca, ha ragione da vendere. È proprio così, come scrive lei: «Un rapporto sbilanciato tra cittadini e istituzioni», non soltanto la storia di suo padre. È a suo padre però che va la nostra vicinanza e stima, sapendo che il riconoscimento pubblico di essere dalla parte del giusto non sia abbastanza per sciacquare tutto l’amaro che ha in bocca, ma confidando che risarcisca almeno in parte frustrazione e rabbia. (g. bar.) P.S. Un’ultima cosa. Gireremo all’ufficio stampa del sindaco Sala, a Milano, la sua lettera. Democrazia e istituzioni si difendono anche così: ribellandosi ai piccoli torti, non abbassando la testa.

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