Ricordare la Shoah (senza cedere alla confusione)

Sono impegnato da oltre 15 anni, assieme alla mia famiglia, nel ricordare alla Comunità cosa siano state le Leggi Razziali e cosa abbia significato la Shoah nella nostra realtà Bresciana. Negli anni ho appreso che quello della Memoria è un sentiero assai tortuoso. Negli ultimi venti anni abbiamo assistito ad un graduale e partecipato riappropriarsi della Memoria da parte della Comunità civile, favorito da iniziative istituzionali così come dalla improvvisa disponibilità di fonti documentali in precedenza secretate e, non ultimo, dalla scomparsa di una generazione che, tranne rare e note eccezioni, aveva fatto dell’oblio e del riserbo la propria filosofia. Accanto a ciò, tuttavia, è cresciuto l’uso strumentale, spesso politicizzato e banalizzato della questione ebraica, che pone le basi su una diffusa ignoranza, o forse conoscenza superficiale, della Storia. Uno degli epifenomeni più evidenti è osservabile oggi nel mutato impiego di quello che chiamerei «lessico della Memoria», ovvero di quell’insieme di termini che negli ultimi trent’anni sono stati d’abitudine riferiti alla narrazione della Shoah: parole come «Lager», «Deportazione», «Olocausto», «Genocidio», «Soluzione Finale» sono spesso attribuite a contesti che poco o nulla hanno a che fare con il loro precedente utilizzo, con il malcelato intento di richiamarlo. Non si tratta di reclamare una sorta di esclusività lessicale, piuttosto di chiedersi se non vi sia una precisa ragione per cui così spesso si voglia accostare il tragico evento del momento (lo vediamo specialmente nell’ambito delle crisi migratorie o delle recenti guerre in Ucraina e in Medio Oriente) con la Shoah. E questo è il secondo punto. Un appiattimento etico e storico, che porta, una volta stabilita la Shoah come misura del «Male» assoluto, a sovrapporvi qualsiasi vicenda si voglia dipingere delle più fosche tinte. Così l’attualità perde i propri contorni trasfigurandosi e ugualmente gli eventi passati, di cui si vorrebbe perpetuare la memoria, risultano stereotipati nel loro ruolo di termini di confronto, smarrendo l’originaria consistenza di unicità e complessità: e così, il genocidio del popolo ebraico nell’Europa del secolo scorso diventa «semplicemente» l’emblema della sopraffazione degli oppressi da parte dei potenti, di una minoranza indifesa alla mercé di un nemico animato da un odio feroce e gratuito. Che ne è della questione ebraica? Come è possibile che un odio persecutorio che non ha luogo né tempo, che ha lasciato una scia di sangue lunga duemila anni e diffusa in ogni angolo di Europa, Medio Oriente e Nord Africa, si dissolva come se non fosse mai esistito? L’antisemitismo crea fastidio, un inesorabile senso di colpa irrisolto dentro ognuno di noi uomini Occidentali, che va rimosso, reindirizzato altrove, espiato sotto forma di generica lotta per la difesa del debole e dell’oppresso. L’imbarazzo e la paura, queste sono le cause del silenzio di allora e della confusione di oggi: imbarazzo nel parlare di antisemitismo, paura di esporsi dichiarandosi ebrei o a favore della loro causa. Nipote di superstiti, il mio modo di fare Memoria, oggi, non sarà la generica commemorazione del Male nel mondo, ma la precisa narrazione di pregiudizi, discriminazioni, odio e persecuzioni che il popolo ebraico ha subito nei secoli e continua a subire, perché la verità storica possa dissolvere le mistificazioni fraudolente, partendo dalla base della nostra conoscenza: le parole.
Alberto Dalla VoltaBrescia
Caro Alberto, l’unico modo che conosciamo per superare «il silenzio di ieri e la confusione di oggi» è quello che ha usato lei: scrivere, parlarne, dissentendo anche, ma senza mai banalizzare, sempre intrecciando le ragioni del cuore e il cuore della ragione. «Qui sosta in silenzio, ma quando ti allontani parla» recita l’epitaffio sulla lapide posta in un giardino di rose bianche, a Bullenhuser Damm (Amburgo), per commemorare i venti bambini ebrei uccisi e cremati nel campo di concentramento di Neuengamme dai nazisti. Parliamone anche noi. (g.bar.)
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