Referendum, quando l’identità pesa più di tutto

Lettere al direttore
Lettere al direttore
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Scrivo da lontano, tra Canada e Stati Uniti. Non è una distanza polemica, né un privilegio morale. È una distanza geografica che, talvolta, aiuta a vedere con un minimo di freddezza ciò che, da vicino, rischia di diventare solo rumore. Osservando il dibattito sul prossimo referendum confermativo sulla riforma della Giustizia, mi chiedo quale sia il confine tra competenza, saggezza, maturità, attenzione e quel sottile ma diffusissimo purismo identitario che si traveste da rigore morale. È una domanda meno ironica di quanto sembri. Perché se sbagliamo questo confine, sbagliamo tutto il resto. E finiamo per confondere il discernimento con la reazione, la prudenza con l’autoritarismo, la critica con il tradimento, la compostezza con la complicità. Il dramma non è la divisione politica. È lo scambio continuo tra posture caratteriali e categorie istituzionali. La competenza sa di non bastare. La saggezza sa di poter sbagliare. La maturità sa quando fermarsi. L’attenzione ascolta prima di parlare. Il purismo identitario, invece, non ascolta: segnala. Non comprende: delimita. Non costruisce: certifica. Vive di autoaffermazione. È un esercizio di igiene morale senza amore per l’uomo reale. Nel dibattito sulla riforma della Giustizia colpisce la disinvoltura con cui esponenti politici cambiano posizione a seconda del vento. Non si tratta di evoluzione del pensiero, che è sempre legittima e talvolta necessaria. Si tratta di allineamento. Di posizionamento. Di adesione a una corrente che precede la riflessione e la sostituisce. Il referendum, che dovrebbe essere strumento di partecipazione consapevole, rischia così di diventare l’ennesimo segnale identitario. Non si vota nel merito di una riforma complessa, ma per dichiararsi da una parte. Non si argomenta, si appartiene. Non si discerne, si segnala. La giustizia è un pilastro dello Stato di diritto. Non è un vessillo. Non è un trofeo. È l’architettura delicata che tiene insieme libertà individuale e autorità pubblica. Trattarla come un episodio di campagna permanente significa erodere lentamente il senso stesso dell’Occidente giuridico, fondato sul limite, sulla separazione dei poteri, sulla fatica dell’equilibrio. Il confine tra discernimento e purismo identitario non è la forza del giudizio. È l’umiltà. Non è la critica. È la coscienza del proprio limite. Non è l’appartenenza. È la responsabilità. Forse la maturità politica inizia qui: quando smettiamo di chiederci chi ha vinto e iniziamo a domandarci se siamo stati giusti, pur sapendo che la giustizia perfetta non è di questo mondo.

Silvio William Fappani

Caro Silvio, le va riconosciuto: è molto bravo ad argomentare, scegliendo parole con perizia. Difficile darle torto. Di più. La sua lettera potrebbe stare in prima pagina, come editoriale, poiché il tema che pone è, in sintesi, il nocciolo del problema. Dei problemi, anzi, al plurale. Quelli della convivenza civile e democratica, in un tempo in cui l’appartenenza (il «purismo identitario», come lo chiama bene lei) pretende atti di fede - e di fedeltà - e disintegra le ragioni della ragione. O di qua o di là, amici o nemici, destra o sinistra, a prescindere. E chi esce dal coro o, peggio, ha pensiero autonomo rispetto al proprio circolo di amici e conoscenti, raccoglie il biasimo, così come un tempo avrebbe rischiato la proscrizione o il rogo. Diciamocelo allora almeno tra noi, pur sottovoce, ma senza vergognarcene: esistono buoni motivi per votare «sì», come per votare «no». E ciascuno dovrebbe sentirsi libero di mettere la croce dove ritiene opportuno, senza sentirsi traditore di principi o nemico del popolo. (g. bar.)

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