Quanti insulti sulle tribune dei campi di calcio

Lettere al direttore
Lettere al direttore
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Era una domenica mattina assolata, di quelle che sanno di rinascita. Il primo sole dopo un inverno interminabile, quello che finalmente riesce a scaldare le ossa e forse anche un po’ il cuore. Sugli spalti a Sarnico, in attesa di una partita importante. Importante soprattutto per mio figlio, che quel giorno affrontava i suoi ex compagni di squadra. Per me, in realtà, ogni partita è importante: perché in campo c’è lui, la sua passione, il suo impegno. In un periodo della crescita non sempre semplice, lo sport rappresenta uno dei pochi punti fermi, un luogo dove incanalare energie, imparare disciplina, accettare le sconfitte e gioire dei piccoli traguardi. La partita è iniziata e, come sempre, il mio sguardo ha cercato immediatamente mio figlio, seguendolo azione dopo azione. Il risultato raccontava di una gara combattuta - non sono un’esperta di calcio, ma l’intensità si percepiva chiaramente. Quei ragazzi stavano dando tutto. Alle mie spalle, però, alcuni genitori della squadra avversaria accompagnavano il match con commenti malevoli, urla e bestemmie. Fino a quando una frase, gridata con forza - «Squadra di m...» - ha attraversato il campo. In quel momento non sono più riuscita a rimanere in silenzio. Ho fatto presente a uno di loro che in campo c’erano ragazzi. I nostri ragazzi. Che stavano semplicemente facendo del loro meglio, con l’impegno e l’entusiasmo che solo i giovani sanno mettere. La discussione è poi degenerata, scivolando su questioni che avevano ben poco a che fare con l’episodio in sé. Sono tornata a casa con un grande magone e con una domanda che ancora mi accompagna: quali valori stiamo trasmettendo? Il calcio dilettantistico dovrebbe essere palestra di rispetto, lealtà, spirito di squadra. Dovrebbe insegnare che si può competere senza umiliare, tifare senza offendere, sostenere senza insultare. Dovrebbe essere un luogo educativo, prima ancora che agonistico. Forse, troppo spesso, sugli spalti si riversano frustrazioni adulte che nulla hanno a che vedere con il gioco. Ma il campo appartiene ai ragazzi. È il loro spazio di crescita, di sogni, di errori e di conquiste. Se davvero crediamo nello sport come strumento educativo, allora il primo esempio dobbiamo essere noi adulti. Perché una domenica di sole non venga offuscata da parole che nulla hanno di sportivo. E perché il calcio torni a essere, semplicemente, un gioco bellissimo che insegna a diventare grandi.

Una mamma

Carissima, forse, con il tempo, l’umanità porrà rimedio alla piaga della fame nel mondo. E, se saremo bravissimi, è possibile che in un remoto futuro si riesca pure a evitare la tragedia della guerra. Una cosa invece è certa: mai estirperemo la mala pianta del becerume e del rancore sguaiato sulle tribune dei campi da calcio, dalla serie A ai campetti di periferia, in provincia. C’è poco da girarci intorno, meglio mettersi il cuore in pace, accettando le preghiera del teologo protestante Reinhold Niebuhr, che chiedeva «la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso, e la saggezza per conoscere la differenza». Quella differenza, alla nostra età, crediamo di averla colta, perciò ammettiamo di esserci rassegnati: troppe ne abbiamo viste e ancor più sentite. E se ancora non abbiamo perso fiducia nell’umanità è perché ci siamo convinti che gli spalti dei campi da calcio siano una sorta di valvola di sfogo, un luogo dove confinare il peggio di sé, la gabbia delle fiere che istintivamente gli esseri umani in fondo restano. Magari, ci diciamo, se danno in escandescenze lì, rimarranno pacati altrove. (g. bar.)

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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