Quale democrazia è davvero tale Spiegamoci bene

Lettere al direttore
Lettere al direttore
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Anche a questa tornata elettorale l’affluenza alle urne è il dato che risalta maggiormente, se si escludono i festeggiamenti e le chiacchiere da talk show dei politici e degli addetti ai lavori. Ennesimo record negativo con l’affluenza al voto del 49,69% per le Europee, alle amministrative poco più del 60% degli elettori. Di questi dati, ma soprattutto di questi umori, i politici sembrano infischiarsene e lanciano al corpo elettorale l’ingiuria di qualunquismo e menefreghismo, non ponendosi fino in fondo il problema del perché di tanta disaffezione del popolo al sistema rappresentativo della democrazia. Se democrazia significa letteralmente «potere al popolo», e quindi alla decisione della maggioranza di esso, mi sembra che questa definizione sia del tutto contraddetta. Elezioni dopo elezioni, sembra essere sempre più capovolto il concetto di «democrazia», intesa come condizione in cui viene, di fatto, votata una minoranza rappresentativa, che prende decisioni che si conformano a garantire i diritti della maggioranza. Quindi possiamo definire la nostra classe politica una «aristocrazia democratica», in quanto minoritaria rispetto al concetto di sovranità popolare. Ciò non sarebbe da demonizzare, se la parola aristocrazia fosse intesa etimologicamente come «il governo dei migliori», ma visti i curricula dei nostri politici, si fa molta fatica a considerare questa accezione. Nel futuro, gli studiosi di storia politica come potrebbero descrivere questo stato di cose? Governati da una oligarchia partitica, oppure da una aristocrazia democratica o da una poliarchia, come la definisce Robert Alan Dahl? Come si può creare uno stato veramente democratico? A mio parere, la risposta rimane l’unica non ancora sperimentata dagli stati moderni e che può essere suffragata con il progresso della tecnologia: la democrazia diretta. Qui apriamo un capitolo nuovo e nuovi paradigmi della politica. È arrivata l’ora di parlarne.
Michele Todisco

Caro Michele,

i temi che pone aprono mille fronti e immaginiamo che nove lettori su dieci, già alle ottava o nona riga, abbiamo sbuffato, passando oltre, probabilmente dando un’occhiata alle altre lettere o andando direttamente allo sport o ai necrologi, per capire se qualcuno che conoscevano sia passato a miglior vita.

Non lo diciamo biasimando lei, né tanto meno i nove su dieci che hanno il diritto di curiosare dove pare.

La politica infatti, specie quella che non si riduce al tifo da stadio o ai tweet dei parlamentari o dei ministri di turno, è materia tanto seria da lambire talvolta il noioso.

Per chi dunque fosse arrivato fin qui, per quei prodi (aggettivo, minuscolo) che non hanno ancora distolto lo sguardo, un paio di considerazioni, a corollario del suo scritto.

Primo: per le domande che pone non abbiamo risposta. Non sappiamo come si possa chiamare lo stato attuale, se «oligarchia partitica o aristocrazia democratica o poliarchia», certo però non è fuori luogo definirla «democrazia», una delle parole più cangianti dei vocabolari di qualsiasi lingua, comprendendo nello stesso nome fenomeni completante diversi, alcuni addirittura in antitesi tra loro.

Secondo: la «democrazia diretta, resa possibile dal progresso della tecnologia», ci pare un’illusione pari alle molte che nei decenni scorsi l’hanno preceduta. Nel concreto, a un certo punto del processo decisionale ci vuole sempre qualcuno che faccia sintesi, che trasformi l’orizzontale in verticale («bubble up», come ci spiega il collega e cultore della materia, Carlo Muzzi, nelle appassionate discussioni tra un titolo di prima pagina e la correzione della bozza di un inserto sulla Mille Miglia).

La realizzazione della democrazia non sta infatti nello strumento, nella tecnologia appunto, bensì nella cultura che favorisce e promuove la partecipazione, l’interessamento, la discussione, la traduzione di una volontà in azioni, in leggi, in pratica.

In conclusione, sempre per quel manipolo di eroi giunti fino a questa penultima riga, le diamo perfettamente ragione sulla chiusura: «È arrivata l’ora di parlarne». Un’ora che, per altro, dura da tremila anni e felicemente continua.

P.S. Per gli stacanovisti, un’ultima annotazione: discutendo di «democrazia» già è difficile accordarsi su cosa si intenda, ma per noi la vera caratteristica distintiva è quella indicata da Giovanni Sartori, il quale sosteneva che ha per caratteristica l’impossibilità, da parte della maggioranza, di esercitare un’azione dispotica sulla minoranza. Là dove ci sono minoranze tutelate c’è e ci sarà sempre vera democrazia. (g. bar.)

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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