Povera scuola. Tante richieste, scarse risorse

Vorrei accendere un faro su una delle tante «storture» che affliggono il mondo della scuola, dove il merito e la formazione vengono sbandierati nei convegni ma calpestati nei fatti. Parlo della figura del Mobility Manager scolastico, l’esperto che dovrebbe rivoluzionare il traffico e l’inquinamento attorno ai nostri istituti. Il caso è emblematico: per ricoprire questo incarico, un docente deve affrontare un percorso di formazione specialistica obbligatoria di almeno 16 ore. Un aggiornamento doveroso, tecnico e impegnativo. Il problema sorge quando si passa alla cassa: i contratti integrativi legati al Fondo d’Istituto (Fis) riconoscono spesso al Mobility Manager un forfettario di sole 5 ore annue. Siamo di fronte a un’offesa alla logica, prima ancora che alla dignità lavorativa: lo Stato (e l’Istituto) riconosce a un professionista meno di un terzo delle ore spese solo per imparare a fare il proprio lavoro, senza contare le decine di ore necessarie poi per redigere i Piani di Spostamento Casa-Scuola (Pscl), interloquire con i Comuni e gestire le emergenze trasporti. Come può un sistema definirsi serio se: pretende un’alta specializzazione ma la retribuisce con compensi simbolici; attinge da un fondo, il Fis, che è ormai un «contenitore vuoto» dove si pescano briciole per mansioni di alta responsabilità; affida la transizione ecologica al volontariato mascherato dei docenti. Il Cspi (Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione) aveva già avvertito: senza un finanziamento ad hoc esterno al fondo d’istituto, questa figura è destinata al fallimento o allo sfruttamento. Chiedere a un docente di formarsi per 16 ore per poi pagargliene 5 per l’intero anno di lavoro non è «ottimizzazione delle risorse»: è mancanza di rispetto per la professionalità docente. Se la mobilità sostenibile è una priorità del Paese, che venga pagata con risorse reali, e non con i resti di un bilancio scolastico sempre più misero.
Antonio CummoPROFESSORE
Caro Antonio, comprendiamo il disappunto e ancor più la frustrazione, palese in questo caso limite, ma estesa a mille altre circostanze in cui gli insegnanti si trovano tra il martello del dover fare e l’incudine del «non ci resta che piangere». Siamo schietti, se fosse chiesto a noi, risponderemmo: «Sì, va bene, me ne occupo, ma gratuitamente, come servizio di volontariato alla comunità: risparmiatemi almeno l’umiliazione delle briciole». Il problema sarebbe a chi dirlo. Allo Stato? Non si può, essendo lo Stato per definizione impersonale. Al ministro allora, oppure ai parlamentari che hanno votato la legge. Sarebbe comunque fiato sprecato, uno sfogo alla stizza, senza risultati pratici. Mettiamoci dunque l’animo in pace. Per le professioni che si collocano al confine tra mestiere e missione, rassegnamoci al fatto che non esiste una contabilità: se si scelgono, occorre mettere in preventivo di dare assai più di quanto sarebbe giusto ricevere. (g. bar)
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