Potature maldestre. Così oltre al danno sono soldi sprecati

Lettere al direttore
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Circa tre settimane fa, approfittando del clima mite, sono uscito per andare a fare una passeggiata sul lago d’Idro per godere della bellezza del lago e delle sue sponde. Quel giorno, invece, è stato un duro colpo per i miei occhi e per il mio cuore. Una vista raccapricciante da film horror: quasi tutti i platani del viale che costeggiano la riva del lago nella frazione di Lemprato erano stati orrendamente deturpati da potature estreme e, di queste maestose piante, non erano rimasti nient’altro se non il tronco e pochi rami principali quasi come fossero delle croci, tant’è che, quando ho attraversato il viale, mi è sembrato di essere in un cimitero. A completare questo macabro quadretto ho notato la «potatura», o sarebbe meglio dire la capitozzatura dei tigli, che sono stati ridotti a dei monconi con i rami principali orribilmente mozzati; ho riscontrato la medesima tecnica, nonché la medesima sorte, sugli alberi situati lungo la strada che dalla rotonda di Nozza si dirige verso il centro di Vestone, e, ahimè, di queste povere piante non è stato lasciato che il fusto. Tralasciando l’aspetto estetico, queste tipologie di potature non sono per niente utili né tanto meno efficaci per la salute dell’albero che, perdendo la maggior parte dei suoi rami e dovendo rigenerare da zero l’intero apparato, dovrà dare fondo alle sue riserve di energia: tutto ciò porta ad un notevole stress fisiologico per la pianta che non solo risulta indebolita ma anche facilmente esposta ad eventuali attacchi di insetti e parassiti che, a causa dei tagli drastici, si possono introdurre più facilmente nel sistema linfatico. Se consideriamo che per effettuare questa tipologia di operazioni vengono spese ingenti risorse delle casse comunali (e quindi dei cittadini) e che in cambio otteniamo alberi più deboli e ammalati, si può capire facilmente come sia necessario ed improrogabile che ci sia un cambio nella manutenzione di tutte le specie arboree. Lo stesso termine «manutenzione del verde», dicitura burocratese, la dice lunga sulla cura e sull’attenzione che viene data a tale tematica da parte dei vari uffici tecnici preposti e delle amministrazioni locali. Non è la prima volta che osservo tali scempi (anche nel mio comune) ma non è una semplice questione di tagli: spesso lungo i viali l’apparato radicale delle piante viene ricoperto totalmente dal cemento, oppure quando vengono piantumati nuovi alberi questi si seccano nel giro di pochi mesi perché non sono stati seguiti nel modo corretto; più in generale quello a cui assistiamo è una mancanza di organizzazione e di coordinazione dei vari interventi, interventi che vengono considerati come secondari e quindi da portare a termine frettolosamente invece di dedicargli la dovuta importanza, tant’è che nel lungo periodo la maggior parte di questi interventi non ha un impatto benefico sulle piante che soffrono e si ammalano sempre più costantemente e velocemente. Con questo mio contributo ho voluto sì fare una critica alla situazione attuale ma principalmente porre l’attenzione sul futuro: la nostra società è giunta ad un tale livello di conoscenza tecnica nei vari settori che è indispensabile avere consapevolezza riguardo a ciò che è importante salvaguardare, in particolare questi straordinari esseri viventi fondamentali per noi ed il nostro pianeta e che portano così tanti benefici per la qualità delle nostre città e paesi. È quindi fondamentale da parte di tutti, in particolare degli enti incaricati, farsi carico di questo onere ed onore, evitando innanzitutto qualsiasi manutenzione e operazione fatta con pressapochismo e senza le dovute conoscenze e competenze tecniche, e soprattutto mettendo al centro il buonsenso e ragionando sul ruolo determinante che gli alberi hanno nella nostra vita di tutti i giorni.

Mattia Chiodi

Caro Mattia, se gli alberi potessero parlare... Non sarebbero alberi. A parte questo, chissà come commenterebbero la cura che ne abbiamo? E chissà anche se da noi si aspettano accortezza oppure è il nostro modo di pensare (antropocentrico, con l’essere umano «misura di tutto») ad essere fuori rotta. D’acchito infatti ci verrebbe da pensarla come lei, denunciando la barbarie di certe potature e correndo in difesa ideale di tutta la vegetazione, dai platani maestosi fino agli irsuti arbusti di montagna. Il mondo vegetale in realtà è assai più resistente di quanto supponiamo e, nella progressione del cosmo, così come ci ha preceduto, ci succederà, continuando a presidiare il pianeta quando noi umani ci saremo già estinti da un pezzo. Detto questo, l’appello che lei pone lo sottoscriviamo senz’altro. Non per il bene delle piante, che ragionano «per specie» e se la caveranno benissimo anche senza il nostro intervento, bensì per noi. Perché se perdiamo il valore del «prenderci cura» e, di riflesso, la cultura dell’operare «a regola d’arte», rischiamo di diventare «bruti» inesorabilmente, pur se un passo alla volta. (g. bar.)

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