Pacifisti in corteo. Sbagliato risaltare una minoranza

Mi permetto di segnalare un refuso nel titolo principale della prima pagina odierna del giornale; leggo infatti: «Migliaia in piazza per la pace a Gaza. In città il corteo finisce in guerriglia». Io, che sono stata a manifestare, non per fare una passeggiata in centro ma per esprimere doverosa vicinanza a un popolo martoriato quando invece il Governo collabora alla sua devastazione, mi sento offesa per questa strumentalizzazione operata dalla vostra testata giornalistica. Migliaia di persone sono scese ieri per le via della città, rinunciando allo stipendio della giornata (in un periodo storico in cui credo sappia quanto questo sia indispensabile), uniti nel levare lo stesso grido di indignazione, in un clima di pace e comunanza di sentire. Mi chiedo come la voce di queste migliaia di cittadini possano essere derubricate a atti vandalici - da condannare, sia chiaro, sempre e fermamente - operati da una minoranza di manifestanti; l’operazione di vostra mano equivale a disinformazione, strumentalizzazione, banalizzazione di un evento - pacifico nella sua natura democratica e nella sua intenzione- che dovrebbe avere ben altra risonanza anziché essere svilito e ricondotto all’azione vandalica - assolutamente sbagliata- di pochissimi. Con questo titolo non avete raccontato la città, fiera, pacifica e solidale, e avete offeso i suoi cittadini: ha offeso me svilendo il mio sacrificio (perché scioperare lo è, soprattutto se hai famiglia da mantenere), i miei colleghi, i miei figli che hanno camminato al mio fianco, i miei amici. E avete offeso la natura stessa del fare giornalismo, che dovrebbe dar voce ai fatti sulla base della loro entità: migliaia di persone in pace non equivalgono e non possono valere quanto un manipolo ristretto di facinorosi. L’azione di screditamento operata indigna me e le migliaia di persone che ieri hanno voluto esprimere vicinanza ai dimenticati di Gaza, non tollerando più la complicità silente di chi ci governa: questo mi premeva dirvi, fino a quando ci sarà concesso, nell’esercizio della nostra sempre più fragile democrazia.
Anna LonatiCara Anna, usa parole molto dure e d’istinto ci verrebbe da replicare con altrettanta fermezza, dicendole che se la prende con le persone sbagliate, che in piazza c’eravamo anche noi, che abbiamo raccontato ciò che in serata abbiamo visto, che sul giornale è stato riportato non soltanto il gramo e così via. Ci fermiamo. Non vogliamo cedere all’orgoglio, preferiamo tendere la mano. Siamo dalla stessa parte, cara Anna. Dalla parte sua e delle migliaia di persone ben intenzionate, esasperate da quanto sta avvenendo a Gaza, tanto da manifestare per le vie, senza appartenere a gruppi organizzati e aborrendo ogni violenza. Il vero contributo nella soluzione dei conflitti lo daremo non già tacendo gli «atti vandalici di una minoranza», bensì abbassando per primi i toni, trovando ciò che unisce questa città «fiera, pacifica e solidale», invece di quanto divide. Se non riusciamo a comprenderci noi, se ci mettiamo a battibeccare riguardo questioni tutto sommato da poco, come possiamo auspicare che faccia la pace chi da decenni conosce sopruso e forza bruta? Ecco perché pubblichiamo la sua lettera, anche se ci fa male, come ha fatto male a lei non sentirsi in quel titolo riconosciuta. Eppure «far la pace» tra noi è l’unica azione che testimonia coerenza, permettendoci di essere credibili quando la invochiamo per ogni popolo della terra. (g. bar.)
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