Non rinneghiamo la buona tradizione socialista bresciana

Ho letto con interesse l’intervista a Fabrizio Cicchitto, in cui si dice che contro Craxi vi fu un colpo di Stato, e lui rifiutò l’offerta di Cuccia, mentre Amato pensò a salvare sé stesso, concludendo: «La cultura socialista vive ancora». Al di là delle valutazioni che ciascuno può dare, quell’intervista ha un merito preciso: richiama l’attenzione su una tradizione politica e culturale che ha avuto un ruolo importante nella storia italiana. È una riflessione che riguarda anche Brescia. Nella nostra città il socialismo non è stato soltanto una appartenenza politica. È stato, nel suo lato migliore, una cultura di governo. Ha significato amministrazione, riformismo concreto, attenzione ai servizi, rispetto delle istituzioni, serietà nella gestione della cosa pubblica. Questo punto, oggi, merita di essere ricordato con chiarezza. In un tempo in cui il dibattito pubblico è spesso dominato dagli slogan, dalle semplificazioni e dalla polemica permanente, vale la pena richiamare il valore di una tradizione che ha sempre dato peso alla competenza, all’equilibrio, alla responsabilità, alla concretezza. Per chi, come me, ha conosciuto la vita pubblica anche dal lato dell’amministrazione e del controllo, questo aspetto è essenziale. I bilanci, i servizi, le società partecipate, la trasparenza, la tenuta delle istituzioni non si affidano agli umori del momento. Richiedono misura, rigore, senso del dovere, continuità amministrativa. È anche per questo che la cultura socialista conserva ancora oggi un significato attuale. Non come nostalgia del passato, ma come lezione di serietà pubblica. Una lezione che tiene insieme libertà e giustizia sociale, diritti e responsabilità, visione e capacità di governo. A Brescia questa eredità ha lasciato tracce riconoscibili. Ha contribuito a formare classi dirigenti, sensibilità civiche, pratiche amministrative. E continua a suggerire un’idea della politica fondata non sulla contrapposizione fine a sé stessa, ma sulla capacità di affrontare concretamente i problemi e di accompagnare il cambiamento. Per questo penso che sia utile tornare a riflettere su quella storia con rispetto e senza caricature. Non per guardare indietro, ma per capire meglio quali qualità servano ancora oggi alla vita pubblica: cultura istituzionale, equilibrio, riformismo, senso dell’interesse generale. Una città matura non dimentica le tradizioni che hanno contribuito alla sua crescita civile e amministrativa. Le riconosce, le valorizza, e ne trae ciò che può essere ancora utile al presente.
Rinaldo SbarainiDice bene, caro Rinaldo, «nel suo lato migliore». Nel suo lato migliore il socialismo in Italia ha rappresentato cultura di governo, senso istituzionale, equilibrio, riformismo e ricerca dell’interesse generale. Purtroppo però, come tutte le entità, il lato migliore era accompagnato pure da una parte peggiore, a cui ha pagato carissimo dazio, di fatto dissolvendosi all’inizio degli anni Novanta, almeno come componente sostanziosa del panorama politico italiano. A questo proposito facciamo fatica ad accettare la versione semplicistica di Cicchitto, ma non è nostra intenzione liquidare in poche righe una tradizione secolare, né entrare nello specifico dell’esperienza bresciana: occorrerebbero almeno una dozzina di volumi, altro che una breve risposta. Ecco perché ci limitiamo a dare eco alla sua riflessione, sapendo che altri lettori potranno dare un loro contributo, come già fatto in passato. In più, per coloro che si ritengono tuttora fieramente socialisti, aggiungiamo che importante è inquadrare bene la storia, ma ancor più rinnovare nel concreto una tradizione antica, dando ad essa significato, oggi. (g. bar.)
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