«Non piangere, ma prega per me» Parola di Mariam

Lettere al direttore
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«Voglio che tu tenga la testa alta, che studi, che tu sia brillante e distinto, e che diventi un uomo che vale, capace di affrontare la vita, amore mio. Non dimenticare che io facevo di tutto per renderti felice, a tuo agio e in pace, e che tutto ciò che ho fatto era per te. Quando crescerai, ti sposerai e avrai una figlia, chiamala Mariam come me. Ti chiedo di non piangere per me, ma di pregare per me, così che io possa restare serena». Se ci sono, o ci potrebbero essere in questo anno 2025 ormai chiuso, delle parole da portare con sé in un posto silenzioso, in fondo all’anima, forse sono solo queste. Vengono da Gaza, da Khan Younis dove la reporter di AP, Mariam Abu Dagga, ha scritto al figlio Ghaith, di dodici anni, prima di morire nel bombardamento israeliano che il 25 agosto ha colpito l’Ospedale di Nasser. Potrebbero anche essere parole provenienti da altre parti del mondo. Da luoghi a noi sconosciuti. Lontani. Parole che non guardano al colore della pelle o alla nazionalità. Ma che ci rammentano come l’uomo possa essere poesia e distruzione. Le ferite del mondo continuano a sanguinare. In questa «guerra mondiale» a pezzi come aveva preannunciato papa Bergoglio prima di morire. E sono proprio questi pezzi che ci straziano. È la nostra indifferenza che non si placa. Questo ancora essere uomini in-compiuti, che vivono sovente a propria insaputa. Che ne sarà di Ghaith nel domani. Questo dovremmo chiedercelo, nel sonno della ragione che ci pervade. E quanti come lui, nelle terre martoriate dalle tragedie. Quanti nomi potremmo elencare. E quella parola «speranza» che viene meno. Che non apre le porte ma crea continue barriere tra gli uomini. E poi in fondo, nel mondo che cambia, cosa stiamo divenendo? Ma vi è qualcosa nell’animo umano che non si placa. Che tenacemente spinge a proseguire la strada. Qualcuno la chiama fede, altri vita, altri meditazione. È quel sentiero silenzioso. Quel giardino interiore, che nel buio della notte o nell’alba della luce ti chiede solo di essere un pensiero che mai si accontenta. Di essere presente ed allo stesso modo di non dubitare del viaggio del «bene». «Maestro, chiede l’allievo, come rispondiamo al bene? Al bene rispondiamo con il bene. E al male, maestro, come rispondiamo? Al male, dice il maestro, rispondiamo con il bene, la giustizia ed il silenzio. Perché solo così potremo rendere più fertile la terra». Buon anno, Ghaith. Anche se non ti giungeranno mai queste parole te le dobbiamo.

Angelo Briscioli
Capo di Ponte

Caro Angelo, la sua lettera contiene tutto: le domande e pure le risposte. Non ci resta allora che leggerle, rileggerle e rileggerle ancora. Confidando che la lezione di Mariam sia da guida per Ghaith e pure per ciascuno di noi. (g.bar.)

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