Noi, in marcia con gli Alpini per non dimenticare

Lettere al direttore
Lettere al direttore
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Desidero condividere con voi una bellissima e toccante esperienza che ho vissuto, sia come semplice cittadino che come sindaco, sabato 23 gennaio. Sabato mattina ho infatti partecipato, insieme a 17 Alpini, alla camminata in memoria di Nikolajewka per ricordare i caduti e i dispersi della campagna di Russia. Facevo parte, come «ospite» non essendo io un Alpino, di una delle sette colonne partite dai vari paesi della provincia di Brescia, tutte dirette a Mompiano con i nostri giubbini gialli, per ritrovarci davanti alla scuola di Nikolajewka in occasione dell’83ª ricorrenza della battaglia. Come da programma, alle ore 7.00 ci siamo ritrovati davanti al nostro Monumento ai Caduti per deporre un cero e, soprattutto, per un momento di riflessione: il nostro capogruppo ha letto un brano tratto dal racconto di un nostro concittadino, reduce di quella cruenta battaglia. Questo rito si è ripetuto davanti a ogni monumento incontrato lungo il percorso (sei in totale). Leggevamo questo testo tratto da una canzone di Carlo Geminiani, poi ripartivamo con zaini in spalla e cappello gocciolante. «Mormorando, stremata,/ centomila voci stanche di un coro che si perde fino al cielo,/ avanzava in lunga fila la marcia dei fantasmi in grigioverde./ Non è il sole che illumina gli stanchi gigli di neve sulla terra rossa./ Gli Alpini vanno come angeli bianchi e ad ogni passo coprono una fossa». Ad attenderci, di volta in volta, il sindaco del paese, il capogruppo locale e altri amici Alpini che ci hanno accolto nelle loro sedi per rifocillarci e scaldarci. Che belli che siete, Alpini. Grazie di tutto. Il tempo non è stato clemente: pioggia e freddo ci hanno accompagnato per tutti i 18 chilometri. L’atmosfera era particolare: la nebbia ci avvolgeva, la pioggia aumentava, il freddo si faceva sentire (anche il giorno dopo!). Il pensiero è andato subito a quei soldati, a quei ragazzi che, tra pallottole e cannoni, hanno dovuto affrontare intemperie non certo paragonabili alle nostre. Inimmaginabili. Ad ogni monumento venivano letti racconti di reduci del luogo o brani delle memorie di Rigoni Stern: parole che facevano riflettere e, allo stesso tempo, commuovere. Ho visto occhi lucidi in alcuni dei miei compagni di cammino. Io non sono un Alpino, ma credetemi: ciò che ho provato è stato qualcosa di molto particolare. Anch’io avevo gli occhi lucidi e il groppo in gola. Ho respirato e sentito dentro di me lo spirito alpino, i valori degli Alpini in ogni loro forma: dall’accoglienza dei vari gruppi, alle toccanti parole pronunciate durante le cerimonie in piazza Loggia, fino alle letture davanti alla scuola di Nikolajewka. Ascoltando quelle parole, il pensiero non poteva che andare a chi ha vissuto un’esperienza terribile 83 anni fa e a ciò che oggi cerchiamo di portare avanti: non solo ideali, ma soprattutto l’insegnamento che ci hanno lasciato. Le guerre sono tragedie umane, inutili, scandalose e distruttive. Da una sconfitta gli Alpini hanno saputo creare qualcosa di straordinario: una scuola che porta il nome del luogo dove migliaia di ragazzi sono morti, aiutando chi è meno fortunato e ricordando chi non è più tornato a casa. Oggi, leggendo i giornali o ascoltando i telegiornali, sembra che i cosiddetti «potenti della terra» non abbiano tratto alcun insegnamento, come se stessero giocando a Risiko con una semplicità disarmante, calpestando i diritti dei più deboli. Non lontano da Nikolajewka, oggi, si combatte ancora. Tutto questo mi appare assurdo. Invito tutti a fare una «passeggiata» nel passato: non solo di 18 chilometri, ma anche camminando tra le pagine di chi ha raccontato ciò che milioni di giovani, figli e padri, hanno dovuto affrontare. Rileggiamo e facciamo rileggere ai nostri figli, ai giovani nelle scuole i racconti di Rigoni Stern o i diari di guerra di Padre Marcolini, che sanno commuovere e, soprattutto, far riflettere. «La vita dei morti è riposta nella memoria dei vivi» - Cicerone. Ho concluso la giornata dopo la messa in Duomo, naturalmente in una sede alpina, mangiando una calda trippa e cantando in compagnia. Ah, mai salutare mentre cantano gli Alpini: altrimenti il mio amico Thomas si arrabbia! Grazie per la bellissima esperienza.

Lettera firmata

Carissimo, siamo onesti: in principio la sua richiesta di omettere il nome ci ha indispettito. «Ma come, un sindaco che non vuole che venga precisata la generalità? Di cosa si preoccupa?». Poi però ci abbiamo ripensato ed ha ragione lei, meglio così. Se infatti in calce ci fosse un nome e cognome scatterebbe il sospetto del mettersi in mostra e la presunta vanità farebbe velo sulla sincerità dell’elogio agli Alpini e il monito affinché i politicanti di oggi non ripetano gli sbagli di allora. Grazie allora per il suo reportage e ci saluti Thomas, che conserva lo stile misurato e solenne di chi l’Alpino lo ha fatto e sa cosa davvero significa. Un abbraccio. (g. bar.)

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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