No alle accuse. Siamo insegnanti, non militanti

Sento il dovere civile e professionale di esprimere profonda preoccupazione riguardo alle recenti iniziative promosse dai gruppi di Azione Studentesca e all’esplicito appoggio ricevuto da esponenti politici di Fratelli d’Italia. Insegno Geografia, disciplina sempre più bistrattata dalle riforme scolastiche, che oggi più che mai ha il compito vitale di fornire alle nuove generazioni gli strumenti per comprendere la complessità del mondo e le dinamiche attuali. Insegnare geografia significa educare a leggere i territori, le interconnessioni globali e i fenomeni sociali con rigore scientifico, permettendo agli studenti di sviluppare un proprio pensiero critico, libero da pregiudizi e semplificazioni. Tuttavia, questo compito diventa difficile quando la politica entra nelle scuole non per sostenere l’istruzione, ma per alimentare una pericolosa «caccia alle streghe». L’avallo politico a certe dinamiche studentesche autorizza un clima di sospetto che delegittima sistematicamente la nostra categoria. Il rischio, estremamente concreto, è che si dia adito a chiunque di diffondere informazioni non veritiere, arrivando a stigmatizzare i docenti sulla base di narrazioni strumentali o segnalazioni pretestuose. Quando si trasforma la scuola in un tribunale ideologico, si colpisce al cuore la libertà d’insegnamento. Se un docente viene additato perché analizza i fatti del mondo senza piegarsi a una visione di parte, non viene danneggiato solo il professionista, ma viene privato lo studente del diritto di imparare a «leggere» la realtà in modo autonomo. Non è una questione di appartenenza politica: il rispetto per la scuola deve essere un valore condiviso. Trasformare l'aula in un luogo di accusa e scontro mina il patto educativo e svilisce la nostra missione. Chiediamo alla politica di fare un passo indietro: la nostra missione è formare cittadini capaci di abitare il mondo con consapevolezza, non militanti pronti a obbedire a una parola d’ordine.
Piero De LucaDocente a Brescia
Caro Piero, ha ragione: non è questione di appartenenza politica. Con altrettanta schiettezza però ammettiamo che sarebbe ingenuo pensare o far credere che la politica non c’entra. La politica c’entra, sempre. Sta a noi, alla coscienza di ciascuno, il compito di «formare cittadini capaci di abitare il mondo con consapevolezza» e «senso critico», accettando dei ragazzi pure entusiasmi, pregiudizi ed errori. Questo per dire che anche per la nostra sensibilità l’iniziativa di Azione Studentesca stride. Peggio, odora di liste di proscrizione. Così come non ci meraviglia che una parte politica l’appoggi in pieno, mentre l’altra la osteggi e alzi gli scudi (vedi anche la lettera che segue). Ciò premesso, a costo di inimicarci sia gli uni sia gli altri, sosteniamo che è meglio uno sbaglio intellettuale - con l’attenuante della giovane età - di un’indifferenza verso la politica che rischia di trasformarsi in disinteresse, indolenza ed apatia. (g. bar)
Ci ha colpito a fondo il tempismo con cui è emerso alla ribalta nazionale il questionario digitale di Azione studentesca «per risolvere i problemi della Scuola» e per individuare «i professori di sinistra che fanno propaganda», uscito proprio in concomitanza con la Giornata della memoria 2026. È l’ultimo dei fatti che mostra come nei nostri Istituti il vento sia davvero cambiato, non come si auguravano gli Scorpions, portando con sé atmosfere nuove e pulite che profumano di libertà, ma con quel mefistofelico presagio che ogni tipo di schedatura presuppone. Non stupisce che sia accaduto: d’altronde si sprecano ormai gli aggettivi dispregiativi nei confronti degli antifascisti (da alcuni ormai ritenuti pericolosi sovversivi). Stupisce che non ci siano state prese di posizione ufficiali per tutelare i docenti da un atto così vile e infamante. Infamante secondo chi accusa. Un onore per chi viene accusato: essere antifascisti significa stare dalla parte della Costituzione, di quella Resistenza che ha difeso i diritti di tutti e di ciascuno per una società basata sulla solidarietà, sulla sussidiarietà e sulla difesa del bene comune. Stupisce che non ci sia stata una condanna unanime sia dalla sinistra sia dalla destra, almeno per una volta unite, «così lontane seppur così vicine» (Nothing else matters, per usare le prime parole di un brano dei Metallica). Stupisce invece che qualcuno difenda questo tipo di propaganda in nome della libertà di espressione riducendo il questionario ad un maldestra «ragazzata». Sarà pure un tentativo mal riuscito, ma nasconde in maniera nemmeno troppo velata il tentativo di boicottare quella libertà di insegnamento, calpestata dal Pnf prima e dalla Rsi poi. L’antifascismo non si insegna e non si impara: è il respiro della libertà, della democrazia e del pluralismo. Il fascismo, invece, è stato umiliazione e divieto, repressione violenta del dissenso: è stato il «gioco dei forti». La scuola moderna è antifascista nella sua struttura e lo dimostrano le assemblee, le elezioni studentesche con lo spazio aperto per ciascuna lista, l’accoglienza e l’inclusione degli studenti con disabilità e degli studenti stranieri, i progetti transnazionali, i progetti inclusivi e contro ogni tipo di discriminazione e di violenza. Queste sono solo alcune delle azioni che si svolgono quotidianamente in tutte le scuole d’Italia, sopperendo a mancanze strutturali di cui lo Stato delega alla Scuola la soluzione. Se queste sono azioni di sinistra, allora con orgoglio ci fregiamo di questo titolo e ci segnaliamo come «insegnanti di sinistra». Perché davanti al vento del cambiamento che riporta a tristi vicende, che il nostro Paese ha già conosciuto in passato, non si può rimanere in silenzio.
Luigi Cilla, Teresa Argirò, Donatella Vetturio, Maria Gabriella Meazzi, Annamaria Pegoiani, Cristina Tomasini, Antonina Santisi, Fabio Vitale, Piergiorgio Gandelli, Pierantonio ZangaroRiproduzione riservata © Giornale di Brescia
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