«Lei ha un cancro». Così il mondo ci è cascato addosso

Il 4 febbraio è stata la Giornata mondiale contro il cancro. Il 4 febbraio di un anno fa, mi veniva diagnosticato un adenocarcinoma del colon ascendente. Può immaginare: il mondo è caduto addosso a me e alla mia famiglia. In quello studio medico della Radiologia della Poliambulanza mi è passato davanti il film della mia vita e ho sentito la vicinanza di tutte quelle migliaia di persone che sono passate prima di me attraverso la porta stretta di una diagnosi così grave. Poi sono passati i giorni dell’intervento, la convalescenza con la speranza che passata la paura dei ferri lo spettro della malattia fosse finalmente scacciato. E invece no: bisogna bere il calice amaro della chemioterapia. Non le scrivo per elencare le mie sofferenze che sono comuni a quelle di tante altre persone, ma per ringraziare tutti i medici, infermieri, personale sanitario che ho incontrato, prima alla Poliambulanza di Brescia e poi al Polo Oncologico di Manerbio dove sono attualmente in cura. Volutamente non uso il linguaggio della battaglia in questa mia, perché con la malattia non si combatte, si convive sperando di guarire. Non so se, alla fine, la malattia scomparirà, ma intanto posso dire che, se da un lato essa mi ha tolto parte della serenità di questi mesi, tuttavia mi ha consentito di conoscere queste persone che mi hanno accompagnato con pazienza e amorevolezza, con competenza e spirito di servizio. Non era scontato e per me e i miei famigliari è stato di grande aiuto. In particolare vorrei ringraziare la dottoressa Rizzi e tutto il suo staff per le preziose cure e l’assistenza, ma soprattutto perché mi hanno fatto sentire a casa, non un numero, ma una persona. Se è vero che ogni persona con tumore fa storia a sé, l’alleanza con chi cura contribuisce a creare un mondo migliore, nel quale si può guardare oltre la patologia per continuare a vedere la persona prima che il paziente. Grazie.
Antonia FontanaCara Antonia, in un giorno di festa per Brescia, con decine di migliaia di persone in piazza e tra le vie, lei ci offre un’opportunità di sosta e di intravedere i due volti della medaglia. Uno riguarda i fortunati, al riparo da acciacchi e malattia. L’altro invece disegna il profilo di chi suo malgrado v’è cascato mani e piedi e deve lottare per restare a galla. In questo ha ragione da vendere: non è una battaglia, perché con la malattia non si combatte, bensì si convive sperando di guarire. Grazie allora a chi si prende ogni giorno cura e vede la persona prima ancora che il paziente. E un abbraccio fortissimo a lei e alla sua famiglia, che porta una croce per la quale nessuno è preparato prima. (g. bar.)
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