Le parole che non vi ho detto mentre morivo

Non è un addio. Mamma, papà, se potessi scegliere un posto dove tornare, sarebbe tra le vostre braccia. Come quando ero piccola e mi sollevavate da terra con delicatezza, e il mondo sembrava non potesse farmi male finché c’eravate voi. Siete sempre stati presenti senza fare rumore, senza farmi pesare nulla, proteggendomi anche quando non me ne rendevo conto. Avete lavorato duramente, accompagnandomi passo dopo passo, rinunciando a parti di voi per lasciare spazio ai miei sogni. Mi avete insegnato a credere nel futuro, a costruirlo con pazienza, a immaginarmi grande. Volevate vedermi realizzata, felice, finalmente psicologa, nel lavoro che sentivo mio. Quel futuro, oggi, vi è stato strappato con una crudeltà che non meritavate. Infatti non potrò più rendervi orgogliosi come avrei voluto. Non potrò sostenervi come voi avete sostenuto me in ogni momento. Non potrò viziarvi, prendermi cura di voi, né vedere i vostri occhi riempirsi di lacrime di gioia. Io purtroppo resterò per sempre ferma a sedici anni. Con quel sorriso giovane e luminoso. Con quella paura del domani che, ora lo so, non arriverà mai. Capisco che non è solo la mia assenza a farvi male, ma anche tutto ciò che è svanito quel giorno: le possibilità, le attese, le promesse silenziose, la vita che avevate immaginato per me. Ma vi posso assicurare che negli ultimi istanti non ho avuto paura. Tra il fuoco, il fumo e il caos, ho cercato voi. Ho rivisto i vostri volti, sentito il calore delle vostre mani, quella presenza che mi ha sempre fatta sentire al sicuro. Vi ho pensati perché sapevo che, anche lontana, non ero sola. Avevo compreso che non c’era più una via d’uscita. E mentre il respiro diventava sempre più corto, l’unico dolore vero è stato lasciarvi andare. Mi sono chiesta se avessi fatto abbastanza per voi, se fossi riuscita a restituirvi almeno una piccola parte di tutto ciò che mi avete donato. Poi ho scacciato quei pensieri. E ho ricordato solo il vostro amore: infinito, instancabile, puro. Siete stati genitori impeccabili. Non vi è mancato nulla. Non avete sbagliato niente. E vi prego non sentitevi in colpa, non è vostra, non lo è mai stata. Avete fatto tutto ciò che potevate fare con amore, con dedizione, con una forza che spesso nemmeno voi sapevate di avere. So che avreste voluto rivedermi felice, salvarmi da quelle fiamme, riportarmi a casa e stringermi ancora una volta. Ma ciò che non siete riusciti a compiere con le mani, potete farlo con la vita che vi resta. Se volete davvero tenermi con voi, vivete. Vivete anche per me. Sorridete sempre, amate gli altri senza trattenervi, concedetevi ancora la luce, perché ogni vostro giorno è un modo per continuarmi. Io non sono andata via del tutto: sono nascosta nei piccoli gesti, nei brividi che arrivano senza motivo, nei raggi di sole che vi sfiorano il viso quando meno ve lo aspettate, in quel senso di pace che vi sorprenderà all’improvviso. Questo non è un addio. È un legame che cambia forma, ma non si spezza. È la mia voce che vi accompagna anche quando il silenzio pesa, è la mia mano che vi tiene quando vi sentite crollare. Andate avanti, anche senza di me, perché io camminerò con voi in ogni passo, sarò presente in ogni lacrima e in ogni respiro che riuscirete ancora a fare. Vi amo più di quanto queste parole possano contenere, e vi amerò per sempre, nel modo più silenzioso e fedele che esista.
Shada Lehjel4ªA Liceo Scienze Umane
Cara Shada, la tua lettera vale un editoriale di prima pagina, mettendo in relazione autentica anche noi con una tragedia che non può essere accettata, ma soltanto attraversata. E mentre leggevamo le tue «parole prestate» di ragazza, di figlia, sentivamo nella nostra carne la sofferenza di padri, di madri, di genitori spezzati da un dolore tanto grande da non esserci consolazione alcuna. Ciò che hai scritto è una carezza, che lascia intatto il mistero inscalfibile della sofferenza, ma nel contempo lenisce lo sgomento, lasciando intravedere che esiste un futuro, che al mondo esiste ancora, nonostante tutto, vicinanza umana, speranza. (g. bar.)
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