Il valore pubblico delle Case di riposo (anche se private)

Gli interventi recentemente pubblicati sulle vostre pagine, relativi alla vendita della Cascina Mirandola e al successivo bando andato deserto della Casa di riposo di Bagnolo Mella, sollevano interrogativi che vanno ben oltre il singolo episodio locale. Lo stupore e la preoccupazione non derivano soltanto dall’esito di una procedura forse frettolosa, ma soprattutto dal metodo che sembra averla ispirata. Quando si interviene su patrimoni costruiti nel tempo e destinati alla collettività, la superficialità non è una semplice mancanza amministrativa, ma un potenziale danno all’interesse generale. Il tema, tuttavia, è più ampio. Sempre più spesso assistiamo a situazioni in cui persone chiamate ad amministrare milioni di euro e a dirigere strutture complesse con numeroso personale non sembrano possedere una preparazione adeguata al ruolo che ricoprono. Non è una questione di buona o cattiva fede, ma di competenza, responsabilità e consapevolezza del peso delle decisioni che si assumono. A ciò si aggiunge un nodo cruciale che merita di essere esplicitato. Molte delle nostre Rsa sono formalmente fondazioni di diritto privato, ma nella realtà dei fatti non possono essere considerate semplici entità private. Sono nate grazie a lasciti, donazioni, sacrifici collettivi; svolgono un servizio essenziale; operano in stretta relazione con il sistema pubblico e rispondono a bisogni fondamentali della popolazione più fragile. Non è solo una valutazione politica o morale. Come ricorda la Treccani, la comunità è l’insieme di persone legate da interessi, valori e responsabilità comuni, e non semplicemente un aggregato giuridico o patrimoniale. In questo senso, queste strutture appartengono alla Comunità con la C maiuscola. Un concetto che trova un’eco profonda anche negli scritti di Mino Martinazzoli, per il quale la Comunità non era mai una somma di individui né un alibi retorico, ma un luogo di responsabilità reciproca, di limite del potere e di dovere verso i più fragili. Amministrare realtà di questo tipo non equivale a gestire un patrimonio qualsiasi. Significa conoscere norme, bilanci e procedure, ma anche comprendere il valore sociale delle scelte, il loro impatto umano, la fiducia che una comunità ripone in chi è chiamato a decidere. Forse è tempo di ribadire un principio semplice ma spesso dimenticato: ciò che serve la Comunità deve essere amministrato come bene pubblico, anche quando la forma giuridica suggerisce il contrario.
Algido LunnaiGavardo
Caro Algido, a dispetto del nome, apprezziamo come si sappia accalorare per questioni non di lana caprina, bensì attinenti il nocciolo di ciò che siamo: una comunità ampia, con una sostanza, oltre che una storia. Ci perdonerà tuttavia se sulla prima parte della lettera non ci addentriamo, conoscendo poco degli esempi a cui accenna. Se gli interessati vorranno dire la loro, ne ospiteremo volentieri il punto di vista, nel frattempo sospendiamo il giudizio. Il tema «più ampio» invece ci interessa eccome. Perché ha ragione: quelle istituzioni, pur se «formalmente fondazioni di diritto privato, non possono essere considerate semplici entità private». Lei sottolinea per gli amministratori l’importanza della competenza («conoscere norme, bilanci, procedure»), noi rimarchiamo prima ancora il valore di una sensibilità culturale, a cominciare proprio dalla consapevolezza del «bene pubblico» che tali istituzioni rappresentano. Le norme infatti si possono imparare, per bilanci e procedure ci si può fare aiutare, se invece manca la coscienza di ciò che esse hanno rappresentano e devono continuare a rappresentare, il rischio è quello del tecnicismo, cioè di trovare le soluzioni più comode, spicce, economiche, a scapito di ciò che conta davvero: leggere i segni dei tempi e rinnovare, con strumenti nuovi, un carisma antico. (g.bar.)
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