Il colore della pelle mi rende di serie B. Mi sento umiliata

Scrivo mossa da un profondo senso di sdegno e dal dovere civico di non tacere di fronte a episodi che minano le basi della nostra convivenza democratica e la dignità della persona. Sono una cittadina italiana di trent’anni, di origine etiope e adottata all’età di nove mesi. In questo Paese sono cresciuta, ho studiato, lavoro e ho costruito la mia famiglia. Eppure, nonostante io sia italiana da ben ventinove anni, nell’ultimo mese la Polizia locale di Rezzato mi ha ricordato, con atteggiamenti carichi di pregiudizio, che per alcuni rappresentanti delle istituzioni il colore della mia pelle mi relega ancora allo status di «cittadina di serie B». Il primo episodio è avvenuto lo scorso 9 marzo. Sono stata fermata per un’infrazione che non contesto: ero nel torto e ho accettato la sanzione. Tuttavia, ciò che è inaccettabile è stato il commento finale dell’agente. Al termine della procedura, mi ha guardata con sufficienza dicendo: «Signora, ha capito o devo parlare più lentamente?». Un’allusione palese e gratuita alle mie origini, un affronto razzista che suggerisce che una persona di colore non possa padroneggiare la lingua italiana o comprenderne le leggi. Il secondo episodio si è verificato giovedì 16 aprile, intorno alle 17.30, all’ingresso della tangenziale in pieno orario di punta. Sono stata trattenuta per circa venti minuti per un controllo documenti, nonostante avessi fatto presente che gli stessi erano già stati verificati dai loro colleghi poco tempo prima. La gravità del fatto risiede in ciò che ho osservato durante l’attesa: in venti minuti di traffico intenso, gli unici altri due veicoli fermati erano condotti rispettivamente da un ragazzo di colore e da un ragazzo di origine indiana. Mentre noi tre venivamo meticolosamente controllati, diverse auto condotte da cittadini «bianchi» transitavano indisturbate, inclusa una il cui conducente impugnava palesemente il cellulare alla guida, senza che gli agenti intervenissero. Non posso accettare che questa sia una coincidenza. Si tratta di profilazione razziale. Mi sono sentita umiliata e disprezzata. Le forze dell’ordine meritano il massimo rispetto, ma io esigo altrettanto rispetto nei miei confronti. È inaccettabile che chi indossa una divisa, e che dovrebbe proteggere ogni cittadino senza distinzioni, alimenti invece un sistema di pregiudizio che fa sentire «straniera» chi è a casa propria da una vita.
Marina Archetti
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