Il calcio è in crisi. Un cambio di passo è indispensabile

Scrivo prima di tutto da cittadino, da genitore e da persona che è cresciuta con il pallone tra i piedi, ben prima che da assessore allo Sport. Ricordo perfettamente quando, nella nostra Bassa, ogni paese aveva la sua squadra, il suo campo, il suo spogliatoio pieno di sogni. Pompiano, Dello, Mairano, San Paolo, Borgo San Giacomo, la Scalmati di Gerola... erano molto più di semplici società sportive: erano punti di ritrovo, luoghi di crescita, pezzi di identità. Erano pomeriggi infiniti, amicizie vere, educazione al rispetto e al sacrificio. Io stesso non sono mai stato un campione, anzi: i miei risultati erano spesso modesti. Ma è proprio su quei campi che sono diventato uomo. Lì ho imparato il valore dell’impegno, il rispetto per gli altri, la capacità di rialzarmi dopo una sconfitta. E questo, oggi lo so, vale molto più di qualsiasi risultato. Oggi, invece, quello che vedo - da padre prima ancora che da amministratore - è un lento e preoccupante svuotamento. Sempre meno società, sempre meno ragazzi nei campi, sempre più difficoltà per le realtà dilettantistiche a sopravvivere. E con loro si sta spegnendo qualcosa di profondo: un tessuto sociale che il calcio, più di altri sport, ha sempre saputo costruire. Nel frattempo, il nostro calcio «dei grandi» sembra aver preso una strada diversa: non si coltiva più, si compra. Si investe meno nei vivai, nei settori giovanili, nei percorsi di crescita, e sempre di più si cercano giocatori già pronti, spesso formati altrove. A questo si aggiunge un altro elemento che merita una riflessione seria: la presenza sempre più elevata di giocatori stranieri nelle nostre società professionistiche. Arriviamo ormai a vedere squadre di Serie A scendere in campo senza nemmeno un giocatore italiano. Non è una questione di valore dei singoli - che nessuno mette in discussione - ma di equilibrio del sistema. Se i nostri giovani non trovano spazio, se non vedono prospettive, il rischio è quello di perdere un’intera generazione di talenti. Per questo ritengo che sia giunto il momento di riaprire seriamente il dibattito sull’introduzione di un tetto minimo di giocatori italiani (o cresciuti nei vivai nazionali) in campo. Non si tratta di un atto di chiusura o, peggio, di razzismo. Si tratta di una scelta di politica sportiva, volta a tutelare e rilanciare il nostro movimento, a ricostruire un’identità e a dare nuove opportunità ai nostri ragazzi. Il punto non è fare polemica, ma fermarsi a riflettere. Se non torniamo a investire davvero nei giovani, negli impianti, nelle società locali, rischiamo di perdere definitivamente la base su cui si è costruito il calcio italiano. E proprio qui entra in gioco il livello locale: come assessore allo Sport, con l’appoggio dei sindaci con cui ho avuto l’onore di servire, che come me condividono l’importanza dello sport per la comunità , continuiamo - tra mille difficoltà - a provare a investire nello sport. Lo facciamo in un contesto di bilanci sempre più complessi e risorse sempre più limitate, cercando comunque di sostenere impianti, associazioni e attività giovanili, perché crediamo profondamente nel loro valore. Per questo, mi permetto anche di lanciare un invito e lo faccio a titolo personale da cittadino: se questa riflessione è condivisa da altri cittadini, amministratori, dirigenti sportivi, educatori, è il momento di fare un passo in più. Serve costruire insieme iniziative concrete, portando queste istanze all’attenzione degli organi politici e sportivi nazionali. Un percorso che deve essere chiaramente civico, non di appartenenza politica. Un impegno trasversale, bipartisan, che metta al centro non le bandiere ma il futuro del nostro calcio e, soprattutto, dei nostri ragazzi. Come cittadino e genitore sento soprattutto il bisogno di lanciare un appello: torniamo a credere nei nostri ragazzi, nei nostri paesi, nei nostri campi. Perché il calcio, quello vero, non nasce nei grandi stadi. Nasce nei campetti di provincia, nei paesi, tra bambini che inseguono un pallone e imparano, senza saperlo, a diventare adulti. Se perdiamo questo, perdiamo molto più di una qualificazione ai Mondiali di calcio.
Mirko ColossiCaro Mirko, partiamo dalla coda: la partita che si disputa domani contro l’Irlanda del Nord (non contro la Macedonia, come scritto per un refuso, oseremmo dire freudiano, sul giornale di ieri) è un primo vero spartiacque. Non qualificarsi ai Mondiali per la terza volta di fila sarebbe devastante, decretando la marginalità in uno sport che è sempre stato «nazionale» nel senso più pieno e anche bello del termine. Il rischio, letale, è quello di allargare sempre più una cesura tra il pallone e le fasce più giovani, che già rispetto alle generazioni passate sono meno appassionate. Premesso ciò, sulle radici del problema due sono i piani di intervento. Il primo è ad alto livello e possiamo soltanto auspicare soluzioni (inserire l’obbligo di giocatori italiani in campo, formare meglio i giovani del vivaio...) sperando che qualche santo provveda. Sul secondo invece, quello più vicino a noi, possiamo agire eccome. Concretamente. Come genitori, ad esempio, lasciando tempo libero ai nostri figli ed evitando di incasellarli in continue attività strutturate, così da concedere loro l’opportunità di giocare spontaneamente, senza vincoli. Come amministratori pubblici invece, mettendo a disposizione spazi. Perché è inutile prendersela con i massimi sistemi se poi nelle piazze dei nostri paesi è proibito giocare, se le parrocchie chiudono gli oratori, se i Comuni concedono strutture ma soltanto a pagamento. Per tornare a credere nei nostri ragazzi, dobbiamo ricordare chi siamo veramente noi. (g. bar.)
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
