I reduci della Dc e la politica vissuta come un servizio

In questi giorni a Roma, all’Eur, si sono ritrovati i «reduci» della Democrazia Cristiana per ricordare i cinquant’anni dall’elezione di Benigno Zaccagnini. A distanza di decenni, qualcosa di quel sistema appare oggi difficilmente replicabile: la capacità di tenere insieme consenso, stabilità e una certa qualità della classe dirigente. Ma al di là delle analisi, la Democrazia Cristiana era fatta anche di uomini concreti, di storie locali, di impegno quotidiano. Penso a mio zio, Sergio Franceschetti: storico assessore ai Lavori pubblici, Alpino e democristiano insieme, senza bisogno di distinguere troppo tra le due cose. Per lui la politica non era un mestiere, né una vetrina: era una forma di servizio. Ogni anno saliva in Valle d’Aosta per gli incontri della corrente di Donat-Cattin, non per calcolo o carriera, ma per appartenenza, per convinzione, quasi per disciplina morale. Era una politica fatta di riunioni, di chilometri, di discussioni infinite e poi di opere, di decisioni concrete, di responsabilità. E c’è un’immagine che più di ogni analisi restituisce questa distanza. Ogni volta che mi reco al camposanto e vedo una manutenzione inesistente, il pensiero va a lui. A come ci resterebbe male. Perché per quella generazione la cura dei luoghi pubblici non era un dettaglio, ma una responsabilità morale.
Daniele CominiGavardo
Caro Daniele, personalmente diffidiamo di tutto ciò che odora di miele. Al netto della comprensibile nostalgia, è onesto ammettere che le generazioni passate hanno avuto anche difetti: non riconoscerlo equivarrebbe a risultare poco credibili altresì nella definizione dei meriti. Premesso questo, è innegabile che esisteva un «buono» che pare svanito, così come la politica stessa ha perso il primato che aveva, scalzata dall’economia e da interessi individuali, più che comunitari. Se sia possibile tornare indietro o necessario andare avanti non sapremmo. Di certo, non essendo alcun fenomeno sociale eterno, in futuro la politica potrebbe riprendersi centralità, mentre «la capacità di tenere insieme consenso, stabilità e una certa qualità della classe dirigente» è un obiettivo perennemente attuale. Cominciando da noi, non dagli altri. Un giornale infatti, essendo espressione di una visione e di una comunità, può contribuirvi in modo sostanziale, ponendo attenzione alla qualità del dibattito, alla lucidità nel definire i problemi e trovare soluzioni. Se dunque vogliamo rendere omaggio a suo zio e a tutti coloro che come lui si sono impegnati, rimbocchiamoci le maniche e dimostriamo responsabilità prendendoci cura della nostra terra, «non per calcolo e carriera, bensì - come scrive lei - per appartenenza e convinzione».
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