I fatti e le discussioni, circa la presenza di bandiere non gradite alle manifestazioni del 25 Aprile, mi hanno fatto ricordare un piccolo episodio di alcuni anni fa. Un italiano, che aveva vissuto a lungo negli Usa e che aveva avuto contatti costanti per lavoro ed attivismo con rifugiati e profughi politici, nativi americani, indigeni, decide di partecipare alla sua prima manifestazione per il 25 Aprile a Milano. Porta la bandiera tibetana, per lui rappresenta bene una delle tante situazioni di oppressione e di negazione di qualsiasi diritto che ben conosce. In quel momento, inoltre, nel Tibet occupato erano in corso rivolte contro il governo cinese che aveva inasprito la campagna di sinizzazione e la repressione. Con la bandiera pedala felice di portare quel simbolo ad una manifestazione che celebra la ritrovata libertà. Quasi subito, viene fermato da un manifestante che gli intima di togliere la bandiera perché «il Dalai Lama e i tibetani sono tutti servi della Cia». Il tizio si fa insistente e lui, spiazzato da tanta veemenza, arrotola la bandiera e pedala via. Già, si sa, i tibetani sono «servi della Cia», gli ucraini sono «tutti nazisti», gli esuli iraniani sono «tutti nostalgici della dittatura dello Scià», i cittadini italiani ebrei sono «tutti fanatici guerrafondai». Potrei continuare elencando popoli che non suscitano commozione e compassione, giudicati imperfetti, non idonei, non meritevoli di ricevere la solidarietà delle piazze affollate. Guardando foto e filmati delle manifestazioni, ho notato il ritorno di striscioni con la scritta «con gli oppressi e contro gli oppressori». Mi domando: quali oppressi? Le persone oppresse non sono simboli, subiscono, resistono, muoiono per lo stesso desiderio di libertà che viene celebrato il 25 Aprile e oppresse restano anche quando non rientrano nella lista dei meritevoli. Attendo con ansia di conoscere quale sarà, oltre a quella palestinese, la prossima causa degna di attenzione e abbracciata allo stesso modo, senza dubbi e senza quel «sono tutti...» riservati agli oppressi imperfetti.
Patrizia Codenotti
Serle
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