Festival Sanremo. Tra noia e sdegno, una mia lettura

Il festival più longevo e famoso d’Italia è iniziato e io ho appena letto un articolo di Pasolini risalente al febbraio del 1969 pubblicato sul quotidiano il Tempo dal titolo «Sanremo: povere idiozie» e quindi sono in gran vena di polemiche. Parlo direttamente a te; a te che hai sfogliato diligentemente il tuo giornale e sei arrivato a questa pagina, ti posso dire con sfacciata sicurezza due cose: la prima è che hai sicuramente più di 40-50 anni; la seconda è che ogni anno a questa parte a Sanremo verosimilmente ti ricorda l’eccitazione noiosa e obbligatoria di quando vai a fare la dichiarazione dei redditi. Avrai già capito che l’età e l’interesse per la burocrazia - cosa seria! - sono due questioni che io e te, caro lettore, forse non abbiamo in comune, ma ti lascerò con il magico dubbio. Ovviamente tutti e due abbiamo una casa, una confezione di penne Barilla con l’omonimo sugo rosso, come tutti e due abbiamo un televisore, sproporzionatamente grande per compensare qualcosa... Ora, provate a chiedere a vostro figlio, a vostro nipote, perché guarda Sanremo e vi sentirete rispondere «mah così, per il meme». E se di meme parliamo, allora devo necessariamente individuare un’altra differenza che sempre in sordina si accompagna a questo elemento culturale, questa volta non generalizzante ma generazionale: la serietà. Sanremo cioè è quel periodo di tempo dove si rimpiange - e quindi in maniera poetica si «festeggia» - sempre e tutti gli anni un non-Saremo e cioè quello passato. Unire il tempo, la serietà e i meme è una sbornia micidiale per l’uomo moderno che può non essere facile da smaltire. E che allora sia, cari amici, un esercizio appassionante preoccuparsi di questi tre elementi per rendersi conto, almeno per quattro giorni, che tutti guardiamo la stessa cosa, ma che nessuno canta davvero. Forse sì: la noia. Quella ci rende indivisibili, nonostante gli anni.
Pietro BertozziFlero
Caro Pietro, ha fatto tutto lei: ha indossato i panni dell’opinionista, s’è rivolto in prima persona «al lettore», ha posto le domande e s’è dato pure le risposte. E noi? Le abbiamo dato retta volentieri, come facciamo sempre con chi ci scrive, apprezzando varietà di idee e stili. Ed è accessorio che non ci abbia convinto pienamente (di dispensa certezze diffidiamo sempre, avendo imparato che la realtà è sempre più complessa delle nostre sentenze). Più interessante è la provocazione che pone e la conseguente spinta al ragionamento, a riflettere su quanto ci circonda o accade. Non ci ha fatto annoiare insomma. Di questo le siamo grati. (g. bar.) P.S. L’abbiamo presa in parola, comunque, e chiesto ai nostri figli e ai loro amici ventenni perché da qualche anno si trovano a vedere Sanremo insieme. Non hanno risposto «mah, boh, per i meme», bensì «perché è qualcosa che accomuna, che unisce, e di cui è bello parlare».
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