Fallimento Italia. Il nostro calcio rovinato dai soldi

E così, anche al prossimo Mondiale, la nostra amata Nazionale non ci sarà. Dodici anni. Dodici, interminabili anni di assenza dal palcoscenico più grande, dal torneo che un tempo accendeva i cuori e faceva vibrare le piazze d’Italia. Un record amaro, un primato di nostalgie. Ci siamo quasi abituati, vero? Ricordo ancora lo scandalo, il clamore, l’incredulità della prima eliminazione: Gian Piero Ventura portato alla gogna come un simbolo del disastro, il Paese intero in cerca di un colpevole. Oggi, con Ringhio, invece, sembra che l’indignazione si sia dissolta in una malinconica rassegnazione. Lo guardiamo con occhi più indulgenti, quasi compassionevoli, come si guarda un vecchio soldato ferito dopo una battaglia persa da tempo. Ma diciamocelo, senza ipocrisia: ai presidenti dei club, ai signori che manovrano capitali e fondi d’investimento, della Nazionale importa poco o nulla. Il calcio non è più quel poema popolare che infiammava l’anima; è una fabbrica di soldi, un supermercato di stelle, un tabellone luminoso di bilanci. La poesia è morta sotto il peso dei contratti, dei bonus, dei diritti tv. Oggi si moltiplicano le partite, si spremono i tifosi, si suda non più per la maglia, ma per il profitto. Ogni fischio d’inizio ha il suono di una cassa che si apre. E io, ormai, mi sono arreso. Ogni quattro anni, mentre il mondo intero si prepara alla festa del calcio, io spengo il presente e riaccendo il passato. Mi risiedo, come davanti a un vecchio film caro al cuore, e mi riguardo le partite del 1982. Le ultime, vere, eroiche, poetiche imprese degli Azzurri. Lì, sì, c’era l’Italia. Lì, sì, c’era poesia.
Vito Romaniello, tifoso rassegnatoSesto San Giovanni
Caro Vito, il dispiacere per l’ennesima delusione della Nazionale di calcio è davvero bruciante per recapitarci una lettera da fuori provincia. Avendo il culto dell’ospitalità le diamo spazio volentieri, poiché il suo sentimento è il nostro e perché, seppur a denti stretti, siamo costretti a darle ragione: i soldi hanno rovinato il pallone. Nonostante guardiamo ogni partita con lo spirito dei bimbi, emozionandoci per un gioco che prevede soltanto un rettangolo verde e poche regole (una semplicità che lo distingue e che è alla base del suo essere così diffuso), ci rendiamo infatti conto che gli affari, lo hanno mutato geneticamente, scalzando poco a poco tutti gli elementi suggestivi e romantici. Ed ora siamo qui, affranti per l’ennesimo fallimento azzurro, con l’amara consapevolezza che del nostro sport preferito è svanita l’anima nazionale e pure quella popolare. (g. bar.)
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