Europa mai unita e sempre divisa. Lo dice la Storia

Si parla, a ragione, di un’assenza dell’Europa in questi momenti drammatici. Una Unione europea costruita male e governata peggio, si direbbe. Ma non è questo il punto. È solo il risultato della sua storia millenaria. L’Europa è sempre stata divisa e, temo, continuerà ad esserlo. A parte i due conflitti mondiali, non che prima sia andata meglio. Dal Quattrocento al Seicento, in un’Europa dilaniata dalle guerre, politiche e religiose, il pericolo maggiore era rappresentato dall’espansione dell’Impero ottomano. La caduta di Costantinopoli nel 1453 aveva risvegliato terrore, antiche profezie, necessità di una nuova guerra, giusta e santa, oppure di una crociata. Nulla di simile si avvera. Gli Stati europei si muovono in ordine sparso. Sì ci vuole la guerra, tuonano i Papi, ma nel frattempo Francia e Venezia si accordano con i sultani per mantenere aperti i traffici mercantili con le colonie nel Levante. A fine Cinquecento e inizi Seicento, Gregorio XIII (1572 - 1585) e Clemente VIII (1592 - 1605) cercano un alleato e dove lo trovano? Nell’Impero safavide di Abbas I, cioè la Persia, nemico giurato degli Ottomani: sciiti contro sunniti. Il problema era come arrivarci e convincerlo. La via terrestre per raggiungere Isfahan, la Via della seta, era la più pericolosa perché transitava in parte nell’impero ottomano. Per via mare, Lisbona-Hormuz, il viaggio era assai lungo e dispendioso benché Hormuz fosse controllato dai portoghesi prima di passare sotto il controllo persiano e poi inglese dal 1622. Si poteva utilizzare la Moscovia di Ivan IV, almeno sino al 1584, ma le offerte allo Zar di avere mano libera sulla Crimea, controllata da genovesi e veneziani, non avevano avuto buon esito. Una volta faticosamente raggiunto, Abbas chiede all’Europa armi e soldati per modernizzare il proprio esercito. E cosa fa l’Europa? Nega il riarmo temendo che in seguito le armi avrebbero potuto essere usate contro. Tranne la regina Elisabetta che, al contrario, concede quello richiesto. Non che l’apporto persiano sia stato di fondamentale importanza nel fronteggiare i turchi, ma l’episodio rivela come abbia agito l’Europa. Mai unita e sempre divisa. E adesso?
Maurizio PegrariCaro Maurizio, lei prende dalla testa ciò che a noi arriva per la coda. Per una volta, però, vorremmo guardare non soltanto a quanto manca, bensì alla sfida ambiziosa che l’Europa da un’ottantina d’anni s’è caricata sulle spalle: darsi un’unità, pur nel rispetto delle differenze. Un tema culturale, prima che politico. Esiste dunque uno stato di necessità - economicistico, diremmo - che consiglia ai vari Paesi europei di trovare soluzioni condivise, ma ben più grande è la visione lungimirante di coloro che nel recente passato hanno immaginato un disegno di Europa condivisa. A nostro parere quella che va percorsa con solerzia è la via federale tra i vari Stati, tuttavia sulle formule concrete si può discutere. A un patto: che l’obiettivo sia comune e lo sforzo straordinario, cioè rapportato alla sfida di creare liberamente quanto in passato soltanto forza e coercizione hanno imposto, invadendo o annettendo, portando a periodi più o meno lunghi, ma comunque limitati, di prosperità e pace. (g. bar.)
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