Elogio di Poldo e del suo sacrificio per la nostra Italia

Ho letto con piacere, nella pagina dedicata alle Lettere al direttore «La precisazione. Quante persone meritevoli d’elogio a Corteno Golgi», di Adriano Venturini. Giusto elencare una santa, un Nobel, un filosofo, un frate e le due medaglie d’oro al valore militare, credo sia doveroso inserire anche il nome del giovane Bortolo Fioletti (Poldo), ultimo partigiano delle Fiamme verdi camune caduto per la liberazione dell’alta Valle Camonica. In sintesi la storia. È il 1° maggio 1945 quando, terminata la seconda battaglia in Mortirolo (10-28 aprile), con un centinaio di partigiani si apposta sui versanti vallivi tra Incudine e Monno, per impedire il passaggio della lunga (5 km) colonna motorizzata tedesca intenzionata a rientrare in Germania. Lo scontro è violento e la sfortuna volle che gli aerei chiamati dal maggiore americano Dick, per la fitta nebbia che copre la zona non possono intervenire. I tedeschi sproporzionatamente più numerosi e con armi pesanti, dopo violenti scontri, costringono gli stoici partigiani a ritirarsi sempre più a monte, ed è qui che le Fiamme verdi camune subiscono la perdita del giovane Poldo, aveva 19 anni. Qualche giorno prima Poldo aveva scritto la sua ultima lettera alla madre: «Cara mamma, non piangere per me. Perdonami e pensa se io fossi tra coloro che martirizzano la nostra gente. Io sono qui per nessun altro scopo che la fede, la giustizia e la libertà, e combatterò sempre per raggiungere il mio ideale. Presto verremo giù, e vedrai che uomini giusti saremo. Allora si vivrà con la soddisfazione di vivere e non con l’egoismo di oggi». Salendo da valle verso Monno, al secondo tornante verso sinistra, a destra c’è la lapide ricordo.
Giovanni RoccoChiari
Caro Giovanni, di fronte a quella lapide restiamo idealmente ritti anche noi, a capo chino, per rispetto di Poldo e di un’intera generazione, falciata dalla guerra. E ogni volta che pigiamo un tasto del computer per rispondere alle lettere o per scrivere un articolo, confessiamo di sentirci responsabili affinché quelle vite non siano sprecate ed evitare che una simile tragedia si ripeta. Non per caso, infatti, la fine di molti è stata per questo giornale il principio: essi continueranno a vivere finché concederemo loro memoria e perseguiremo quegli stessi ideali di giustizia, libertà e altruismo, con le sole armi che non aborriamo: la ragione e la parola. (g.bar.)
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