Lettere al direttore

Eccellenze e lacune. I due diversi volti della nostra sanità

Scrivo spinta da una delusione profonda, di quelle che superano la rabbia per farsi amarezza consapevole. In questi primi quattro mesi dell’anno ho affrontato due lunghi ricoveri di mio padre in due diversi reparti del nostro principale nosocomio cittadino. Da un lato, desidero sottolineare con orgoglio l’altissima specializzazione della struttura: un centro all’avanguardia che mi ha permesso di apprezzare la competenza di medici e infermieri. A loro va il mio ringraziamento per aver scelto una professione tanto complessa quanto vitale. Tuttavia, avendo frequentato le corsie negli ultimi vent’anni per assistere vari familiari, devo constatare con estremo rammarico che, a fronte del progresso tecnologico, il sistema sembra aver fatto passi indietro sul piano della comunicazione, della relazione e del rispetto della dignità del paziente. Trovare medici disponibili per avere notizie è spesso un’impresa; ci si scontra con il «filtro» dei medici specializzandi, ai quali auguro di maturare non solo nelle competenze cliniche, ma soprattutto nella capacità di ascolto. Mi è tornato in mente un vecchio film in cui, per imparare l’empatia, i medici venivano fatti vestire in pigiama e messi a letto: un’esperienza che servirebbe a molti per capire cosa provano i pazienti e i loro cari. Le criticità che mi preoccupano, però, vanno oltre il singolo episodio: interventi posticipati, incertezza sul percorso terapeutico, pazienti spostati come pacchi da un reparto (o da un ospedale) all’altro per la cronica mancanza di posti letto. Siamo arrivati al punto di vedere stanze di degenza miste, dove uomini e donne convivono in uno spazio di estrema fragilità. Ho cinquant’anni e proverei un profondo disagio; posso solo immaginare cosa significhi per una persona anziana veder violata così la propria intimità. Tutto questo non giova a nessuno: aggiunge sofferenza a chi sta già male e logora chi assiste. Se il Servizio Sanitario Nazionale non è più in grado di reggere, lo si dica chiaramente. Bisogna trovare soluzioni urgenti perché la mancanza di rispetto non può e non deve essere il prezzo da pagare per la cura. Mi preoccupo per i nostri anziani oggi, ma anche per i giovani domani: che tipo di assistenza stiamo lasciando loro? Soffrire per la malattia è inevitabile, ma soffrire per l’inefficienza del sistema è un’ingiustizia che non possiamo più accettare in silenzio.

A.F.

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