Don Carlo, guida e cuore del quartiere

In questi giorni è mancato Don Carlino Cirelli, per tutti noi abitanti delle Case di San Polo semplicemente Don Carlo, sacerdote classe 1947 originario di Gussago. Consacrato sacerdote nel 1972 all’età di 25 anni viene assegnato alla parrocchia di San Girolamo con le funzioni di curato quando il parroco era Don Mario Marinoni: qui rimane per un decennio e in seguito mi soffermerò sul suo operato e sui miei ricordi. Nel 1982 corona il suo sogno di missionario recandosi in Brasile dove rimane per 12 anni, fino al 1994. Rientra in Italia forse, e sottolineo forse, anche per «problematiche politiche» e rimane un anno a Gavardo e cinque anni come parroco di Visano. Dal 2001 al 2009 torna finalmente in Brasile «Fidei Donum» per offrire la sua preziosa opera e la sua instancabile operosità; ancora tre anni in provincia, parroco a Tavernole sul Mella, e nuovamente oltreoceano per un decennio dal 2012 al 2022. Rientrato definitivamente in Italia le condizioni di salute peggiorano e lentamente si spegne proprio a poche ore dal Venerdì Santo, come il suo amato Gesù. I miei ricordi di questo straordinario sacerdote sono molteplici perché vissuti durante la mia infanzia e la prima parte dell’adolescenza. Ricordo le lezioni di catechismo a casa sua: sì, a casa sua, perché la sua casa era aperta a tutti. Ricordo che una volta ospitò alcuni ragazzi problematici che non gli ricambiarono la cortesia sottraendogli il denaro che custodiva in un cassetto: ma lui ovviamente li perdonò. Ricordo il campeggio al Gaver che organizzava d’estate e le faticose gite sui sentieri di quelle montagne. Ricordo la grande opera che costruì nel nostro quartiere: in un campo incolto edificò, con l’aiuto di tutti i parrocchiani, il nostro grande Oratorio di San Girolamo tutt’ora esistente e trasformatosi con gli anni nel Centro Beato Pampuri. Creò a seguire il GS Podistico «La Secarola» e «Gso S.Girolamo» che diede vita a squadre di calcio e pallavolo per partecipare ai tornei del Csi. Poi in maniera personale ricordo bene i pranzi in cui veniva ospite a casa mia nelle occasioni del compleanno di mio papà, suo grandissimo amico. Mio padre e Don Carlo erano legati da una profonda amicizia e reciproca stima che si manifestava in ogni più piccolo gesto: da quando andarono in Irpinia a portare gli aiuti ai terremotati nel 1980, o alla raccolta fondi per il sisma in Friuli qualche anno prima, alla raccolta del cartone con il vecchio Ford giallo nel quartiere (precursori della differenziata), alle offerte che mio padre gli infilava discretamente in tasca ad ogni sua visita: che bella amicizia la loro... Infine una piccola confidenza: quando durante un pranzo si discuteva lui capì in maniera naturale le mie tendenze politiche e mi disse: «Paolino ho capito che sei comunista, ma stai tranquillo: meglio da quella parte lì che altrove». Ed aggiunse: «Tu sei un bravo gnàro e i valori che ti hanno inculcato i tuoi genitori sono dentro di te: quelli non hanno colore politico». Ciao Don Carlo, un abbraccio e grazie di tutto.
Paolo ParizziCase di San Polo, Brescia
Caro Paolo, un don Carlo, almeno uno, meriterebbero di incontrarlo tutti, nella vita. Lei è stato fortunato, così come pure noi: il nome del don era diverso, ma identico lo stampo genuino di prete, credente nel profondo e proprio per questo profondamente umano. E se dobbiamo dirle la verità, che ci sia una crisi vocazionale così evidente ci spiace non tanto per la Chiesa, che sopravvive da duemila anni proprio perché sa rinnovare il carisma, interpretando lo spirito dei tempi, bensì per le nostre comunità, che di sacerdoti come don Carlo ne avrebbero un gran bisogno. (g. bar.)
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