Concorsone scritto per le guide: io l’ho passato e dico che...

Lettere al direttore
Lettere al direttore
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Ebbene sì, lo confesso, sono uno dei 230 «eletti», che il 18 novembre ha passato la prova scritta per guida turistica. Proviamo, per un momento, a ricondurre il «dibattito» entro un recinto di minima oggettività e razionalità; senza nulla togliere alla comprensione per i moltissimi esclusi (tra i quali, personalmente, conto ahimè una bravissima collega). Dai tempi della legge europea n.97/2013, (post-Bolkenstein) se n’è avuto del tempo per metabolizzare l’idea che una guida possa/debba conoscere un po’ tutto l’essenziale del Belpaese. Superando il paradosso mortificante delle guide a raggio d’azione meramente provinciale. Luglio 2025: esce il programma d’esame in dettaglio. Silenzio tombale. Sembra pacifico che in lista, accanto ad Amalfi, S. Maria Novella e Fontana di Trevi, compaiano il Tempio Italico di S. Giovanni in Galdo, o la Certosa di Trisulti. Scorro l’elenco dei siti: e mi vengono i lucciconi. Un luna-park di centinaia di siti-località-parchi archeologici di cui (beata ignoranza!) nemmeno immaginavo l’esistenza. Rammarico per aver scorrazzato per l’Italia, per anni, trascurando i dintorni di luoghi visitati ed amati, gravidi di altra bellezza da scoprire. Vero è che, forse, una sola vita non basta per sperimentare davvero tutta la bellezza stratificata di questo nostro, sublimemente disgraziato, Paese. Eccolo qua, secondo il mio debol parere, il paradosso. Se per i territori in oblio c’è una speranza di riscatto dalla desertificazione demografica, economica e culturale; se mai si tentasse un salto di qualità culturale (ed economico!) contro il pestilenziale overtourism; se si progettasse (esagero?) una funzione maieutica della guida turistica; se la scoperta della miriade dei paesi (non borghi, per carità) fosse innesco per riqualificazione e ripartenza economica delle neglette «zone interne», allora la competenza sul nostro infinito tessuto storico-artistico non sarebbe affatto saccenteria libresca, come si vuol banalizzare ora. Certo, c’è bisogno di truppe per questa battaglia. Brividi corrono, però, leggendo: «Col fabbisogno di guide che c’è, l’1,8% di ammessi significa che l’esame era sbagliato». Taccio pure di molti agghiaccianti commenti live nel post-scritto di Torino; ora leggiamo invece indecenti pigolii, tipo il lapidario: «Non c’era bibliografia». Mica era una tesi di laurea. Sarebbe bastato, modestamente, banalmente, sfruculiare sul web e sfruttare pure Youtube: anche per le aree archeologiche più remote, i candidati più avveduti trovavano in media 5-6 siti e video essenziali, più che idonei alla bisogna. L’approccio allo scritto su tablet: certo, aiutato da una certa leggerezza e non-necessità che, ammetto, mi privilegiava rispetto a molti colleghi, ho colto e fatto tesoro della sottolineatura della commissione sulla neutralità delle risposte non date, rispetto alle penalità degli errori. Il test: onestamente, a una prima scorsa, mi è anche scappato un «Tutto qui?», di fronte a domande tipo «chi ha affrescato gli Scrovegni?»; in realtà, se scorriamo con obiettività le 80 domande (estratte nel pomeriggio del 18/11), non si può non ammettere un buon equilibrio percentuale tra domande banali, accessibili, impegnative, ardue. Sarà che ho biecamente speculato su quanti punti incerti avrei potuto omettere a penalità zero, una volta date le risposte certe. Vista la correzione, mi sarei pure preso a ceffoni: molte delle risposte omesse in realtà le avrei date correttamente. Questo, consapevole pure di aver sì studiato, ma non quanto e come avrei voluto: lavorando non è facile. Quel che fa da convitato di pietra, nel baccagliar delle polemiche è invece un elemento che tutti si guardan bene dal tirare in ballo. Si chiama «passione». Passione per la nostra storia stratificata. Pure per i risvolti archeologici (con buona pace di sparate del tipo «Prova troppo sbilanciata sull’archeologia»). Non è colpa della commissione, se da noi basta togliere il selciato a una piazza, e trovi una basilica by Vitruvio - the original. La passione. L’imponderabile fattore contrario al «play for the audience» del turismo di massa. La passione, per cui si gusta l’essenza delle nostre terre in una piazzetta di Anghiari, o Pitigliano, o Gerace molto più che nella pacchiana calca di piazza S. Marco. O si pretende forse di avere il patentino «aggratis» perché mancano migliaia di guide, e basta un po’ di storytelling su Venezia - Firenze - Roma - Napoli, Siena a stento, Palermo incerta? Mi sembrano pure un tantino pretestuosi argomenti ex-post del tipo «Erano compresi siti non accessibili o parzialmente aperti al pubblico». E con ciò? Vogliamo insistere ad ingrossare le file dell’overtourism nelle ammucchiate del mordi e fuggi? Non passerò la prova orale e tecnico-pratica. Oggettivamente è una mole di dati non compatibile rispetto al tempo libero extra-lavoro. In ogni caso, però, sono grato a me stesso, alla vita, e dico pure alla commissione d’esame per la preziosa occasione di guardare il nostro fragile incanto in cui siamo immersi, con occhi molto più consapevoli, attenti e informati.

Roby65
Brescia

Carissimo, grazie per averci scritto, offrendoci sia uno spaccato reale di quanto avvenuto nel mega concorso per aspiranti guide turistiche, sia la possibilità di non cedere alla superficialità di giudizio. Appena venuti a conoscenza della falcidie di candidati (230 promossi su oltre 12mila partecipanti alla prova) abbiamo pensato al solito pasticcio italiano, alla cesura tra mondo reale e burocrazia ministeriale. Ad una disanima più approfondita, invece, comprensiva delle sue ragioni, ci siamo ricreduti. Era necessaria della preparazione, quello sì - e, se possiamo permetterci, quella richiesta era più affine a persone di una certa età, che oltre ad aver studiato sui libri hanno pure potuto far leva su conoscenze maturate grazie a interessi ed esperienze di una vita - ma nel complesso il test non può definirsi lunare e se si ripeterà, con gli stessi criteri, molte più persone potrebbero superarlo. Il punto, tuttavia, è proprio questo: siamo disposti a rinnovare fiducia al Ministero che lo ha promosso, a patto che sia coerente nei modi e solerte nei tempi, indicendo d’ora in poi concorsi annuali, così da far diventare buona regola ciò che altrimenti resterebbe contestata eccezione. (g. bar.)

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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