Ci sono due Italie. Una produce, l’altra paralizza

C’è un’Italia che investe, compila moduli, rispetta le scadenze. E poi ce n’è un’altra che attende. Un’impresa investe oltre 200mila euro in un bene strumentale nuovo, conclude i lavori tra novembre 2024 e gennaio 2025, trasmette regolarmente al Gestore dei Servizi Energetici la comunicazione preventiva e quella di completamento il 27 febbraio 2025. Tutto protocollato, tutto in ordine. Il credito d’imposta spettante è di 40.600 euro. Da quel momento però il tempo si ferma. Si telefona al Gse, si scrive al Ministero, si inviano segnalazioni che rimbalzano. Perché il cittadino viene invitato a rivolgersi ora all’uno, ora all’altro, in una sorta di staffetta burocratica dove il traguardo, semplicemente, non esiste. Eppure la pratica c’è. È stata ricevuta, protocollata, acquisita. Esiste nei sistemi. Ma non esiste negli esiti. Viene allora da chiedersi se il problema sia tecnico o culturale. Se sia una questione di carichi di lavoro o piuttosto di responsabilità che si dissolvono lungo la catena amministrativa. Non è solo una questione economica, pur rilevante. È una questione di fiducia. Perché uno Stato che incentiva gli investimenti e poi non riesce a dare seguito alle proprie stesse procedure, finisce per scoraggiare proprio chi si è comportato correttamente. Non servono polemiche, basterebbe una risposta. Una sola, chiara, definitiva.
Ignazio GereloniCaro Ignazio, la risposta gliela diamo noi, definitiva, unica, chiara: è un’ingiustizia. Peggio: è un fardello odioso, oltre che insopportabile, quello di uno Stato che rallenta, confonde, pretende molto e da parte sua non dà certezze. È sempre stato così, potrebbe obiettare qualcuno. Vero anche questo. A cambiare oggi è la sensibilità, l’insofferenza a tollerare le lungaggini, ma ancor più certe paralisi dovute alla burocrazia il mondo produttivo italiano non può più permettersele. Perché gli altri Paesi corrono, noi rischiamo di restare indietro irreparabilmente. (g. bar.)
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