Chiedevo ascolto, il silenzio del prete mi ha fatto male

Lettere al direttore
Lettere al direttore
AA

Scrivo queste righe senza firma, non per vigliaccheria, ma per pudore e per rispetto verso una fede che, nonostante tutto, continuo a considerare sacra. Sono nata e ho vissuto in una terra, quella lumezzanese, che si professa profondamente cattolica, dove molte famiglie sono cresciute all’ombra dei campanili e dove la parola «valori» viene spesso pronunciata con orgoglio. Proprio per questo fa ancora più male constatare una certa ipocrisia che, talvolta, alberga anche tra coloro che dovrebbero incarnare quei valori. Tempo fa, in un momento di grande fragilità personale, trovai il coraggio di scrivere una lettera a un sacerdote appartenente a una di queste famiglie «cattolicissime». Non chiedevo favori, né scorciatoie, né tanto meno miracoli. Chiedevo solo una parola di conforto, un ascolto, un segno di quella carità cristiana che viene predicata ogni domenica dall’altare. Quella risposta non è mai arrivata. Col tempo ho capito - o forse mi è stato fatto capire - che nella mia lettera mancava qualcosa: non una preghiera, non la fede, ma il denaro. Nessuna busta, nessuna offerta, nessun contributo materiale ad accompagnare la richiesta di aiuto. E allora il silenzio è diventato assordante. Mi domando, e domando: che valore ha una Chiesa che ascolta solo quando sente il rumore delle monete? Che testimonianza diamo quando la carità sembra condizionata da una busta chiusa? E che messaggio arriva a chi, già ferito, si rivolge a un prete come ultima ancora e trova solo indifferenza? So bene che esistono sacerdoti autentici, umili, presenti. A loro va il mio rispetto più sincero. Ma proprio per rispetto verso di loro, credo sia giusto denunciare chi tradisce il senso più profondo del proprio ruolo, trasformando la fede in contabilità e il conforto in una prestazione a pagamento. Questa non è una lettera contro la Chiesa. È una lettera per la Chiesa. Per ricordare che il Vangelo parla di mani tese, non di tasche controllate.

Lettera firmata

Carissima, proprio perché la consideriamo una lettera «per» e non «contro» ci permettiamo una risposta, dicendole che diffidiamo del sospetto che adombra: ridurre il tutto a motivo di denaro ci pare fuori pista. In ogni caso, soltanto il cuore di quel sacerdote conosce la verità sul perché non le abbia risposto, offrendo così motivo di scandalo. Se però le è possibile, non riduca per prima lei la fede a una contabilità e provi a concedere ciò che non ha ricevuto: attenzione, comprensione e una parola buona. (g. bar.) P.S. Senza voler passare per ingenui, ci ha fatto tornare in mente ciò che ci ha insegnato la nostra nonna: «Ai preti bisogna voler bene». Tendere la mano, per primi, specialmente quando ci sentiamo offesi, potrebbe essere una buona base di partenza.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato

Suggeriti per te

Caricamento...
Caricamento...
Caricamento...