Lettere al direttore

Caro fratello, oltre il vetro d’una stanza di ospedale

Caro fratello, il mio naso appiattito sul vetro della stanza d’ospedale è ciò che rimane del nostro ritrovarsi. Non è permesso entrare né parlarti, così rimango a guardarti, entrambi inermi e spaesati fermi agli imprevisti crocicchi della vita. Avrei dovuto farlo prima ma l’importante è che sia qua ora e niente e nessuno avrebbe potuto fermare il desiderio, il bisogno di salutarti. Dopo tanti, lunghi anni passati senza parlarci, per motivi che non ricordo ma che da alibi di ferro sono diventati a poco a poco solo futili ragioni, siamo rimasti distanti seppur tanto poco bastava per tornare a essere vicini e così poter condividere battesimi, compleanni, matrimoni, diplomi di figli e nipoti e chissà quanto altro ancora. Quanta felicità perduta, per sempre. Il nostro risentimento ci ha scaraventato agli antipodi del cuore l’uno dall’altro, coinvolgendo persone innocenti come solo le guerre ingiuste riescono a fare. Eccoci adesso vicini, io con la fronte appoggiata a un vetro che nulla di più consente di cenni ai quali non rispondi e lacrime a scorrervi e te come mai avrei voluto vederti. Una figura in camice bianco sussurra che farei bene ad andare a riposare, ma non sento le mie parole mentre la sua mano sì, ad accarezzarmi la spalla. Chissà perché a volte si deve prima toccare il fondo per poi comprendere che la vita non andrebbe mai abbandonata nelle grinfie dei risentimenti, ma lasciata sempre nelle mani dei buoni sentimenti. Caro fratello mio, abbiamo tanto tempo da recuperare e non immagini quanto vorrei questo potesse diventare il primo di tanti nostri arrivederci e certo non l’ultimo addio.

Giuseppe Agazzi

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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