Caro De Giovanni quanti ricordi hai lasciato a tutti

La notizia della scomparsa di Biagio De Giovanni riporta alla memoria incontri minimi, dettagli di vita semplice, ma indelebili che mi permetto di condividere. Era una sera fredda del 2004 quando andai ad accoglierlo alla stazione di Brescia. Proveniva da Napoli, reduce da un lungo viaggio. Pareva stanco, aveva con sé un solo bagaglio, piccolo: viaggiava leggero. Nessun cerimoniale, nessun seguito: solo un uomo che scende da un treno, con la sua discrezione. Riuscimmo appena in tempo a riconoscerci e infilarci per un boccone alla Trattoria Buca, a due passi dai binari: un luogo semplice, quasi fuori dal tempo. Ricordo soprattutto il silenzio. Non un silenzio imbarazzato, ma pieno. Parlava pochissimo, solo lo stretto necessario, qualche parola di circostanza, senza mai cedere alla battuta o alla leggerezza. Nei modi mi ricordava Giorgio Napolitano, al quale lo legava non solo una vicinanza politica, ma anche un rapporto personale: quella stessa misura, quella stessa compostezza, quella forma di educazione d’altri tempi. Salimmo poi in auto, direzione Salò, dove l’indomani lo attendeva un convegno. Il viaggio fu breve. Credo che in tutto il tragitto pronunciò non più di dieci parole. Ripensandoci, colpisce oggi quella sua essenzialità in contrasto con un tempo che sembra aver bisogno continuo di parola, presenza, esposizione. Esisteva ancora una forma diversa di autorevolezza più trattenuta, più antica e anche più esigente. Tra i tanti ricordi possibili mi resta questo: una sera fredda, una trattoria vicino alla stazione, e un uomo che parlava poco. Lo chiamai professore, non onorevole.
Giulio Treccani
Gavardo
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