Carissimi medici, oltre al camice abbiate un’anima

Leggo con stupore e dispiacere le due lettere delle dottoresse, medici di famiglia, Elisabetta e Martina, dalle quali traspare un forte senso di delusione per la propria professione. Pare, dalla lettura, che i pazienti siano extraterrestri arroganti, che pretendono di «scomarare» nello studio delle professioniste, esprimendo il loro punto di vista sulla propria salute. Addirittura maleducati, arrabbiati, frustrati ed anche un po’ psichiatrici con tutto il carico umano che portano con se’ durante una visita. E cosa ancora più deludente, i pazienti, non vedono, o quanto meno non riconoscono l’umanità e l’empatia ben celata sotto il camice bianco, di dottoresse troppo stressate da problemi di volume di assistiti, da programmi che non girano e financo da influenze che fanno la loro strana apparizione, chissà perché, nel periodo invernale. Lo chiedo io: dottoresse voi come state? E se voi non state bene, come potete pensare di far star bene i vostri pazienti? Che sono proprio tali: pazienti pazientissimi. Mediamente per una visita, diciamo non urgente, servono 10 giorni tra la prenotazione sul sistema informatico e la data di effettuazione della visita medesima. Minimo 15/20 minuti di attesa in sala d’aspetto perché per legge vengono fissati appuntamenti ogni 15 minuti ed è difficile fare una diagnosi in così poco tempo. A meno che la malattia non sia conclamata, come una malattia esantematica. Poi apri la porta chiedendo il permesso di affrontare l’androne degli inferi o del paradiso, dipende tutto dalla risposta «Avanti» che ricevi. Già li capisci come si svolgerà la visita: in empatia e ascolto da parte del professionista oppure in maniera fredda e distaccata come un automa che svolge il compitino assegnato. Puoi essere il più bravo professionista sulla terra, ma quando ti manca l’empatia, l’ascolto e l’accogliere il paziente per tranquillizzarlo, ti manca l’Abc del tuo ruolo professionistico. Fare il medico è una missione, non un lavoro. E le missioni sono sempre difficili. Chi ve lo ha detto che sarebbe stato facile fare il medico? A meno che per medico intendiate il prescrittore acefalo e burocrate a cui pare questa medicina tenda. Per concludere, una risposta ai dubbi le dottoresse l’hanno dalla lettera pubblicata in data 19 gennaio a firma sig. Consolati che ringrazia il reparto di chirurgia del presidio ospedaliero di Desenzano del Garda per le cure, l’attenzione, la dedizione, l’empatia, l’umanità e la competenza professionale ricevuta in un momento di fragilità. Perché i vostri pazienti quando si rivolgono a voi sono persone umane e fragili in cerca di risposte sincere, di empatia ed anche visione professionale, ma è solo l’ultima caratteristica che si ricerca. Prima si cerca l’umanità ed il riconoscimento della fragilità. E all’ospedale di Desenzano, per esperienza personale, tutte queste cose le ho trovate. Ho trovato i simpatici Asa che io chiamavo Cip e Ciop che ti rifacevano il letto con battute scherzose per allentare la situazione. Ho trovato l’infermiera che viene a darti la buona notte prima di staccare. Ho trovato dottori empatici che ti seguono a distanza di tempo, pur non avendone obbligo e non essendo più sua paziente, a proposito grazie dottoressa Elesbani. Non tutti lo erano, ma quando c’è della buona «chimica» tra lo staff professionale, anche il paziente si sente accolto, capito nelle sue fragilità e professionalmente certo che faranno tutti il possibile per farti guarire o quanto meno star meglio. Ed è questo che il paziente si aspetta dal proprio professionista. Che è umano tanto quanto il paziente, ma che a differenza di questo, ha scelto la missione di curare, prendersi cura empaticamente, abilmente ed umanamente, del prossimo. Dovete solo ricordarvi perché avete scelto questa missione importantissima e delicatissima. Grazie a tutti i medici, perché ben nascosto dietro il camice bianco, c’è una grande anima.
Ornella CottiniCara Ornella, a suo tempo abbiamo scritto di essere dalla parte delle dottoresse Elisabetta e Martina e vi restiamo fedeli, certi che fanno parte dei (molti) medici che abbinano alla competenza la capacità di interagire con le persone, di comprenderne appieno l’umanità, pregi e difetti compresi. L’obiettivo, se ci è concesso, è che coloro che hanno a cuore il bene non si dividano, che non si creino barriere, che ci si comprenda vicendevolmente, accettando che vi siano medici scorbutici o freddi - così come ci sono pazienti maleducati e prepotenti - ma convinti che la normalità è un’altra, deve essere un’altra. E per quanto riguarda i medici, compito di politica e istituzioni è quello di farli «star bene», di metterli nelle condizioni di operare al meglio, conservando il nocciolo della loro missione e non trasformandosi in burocrati sommersi dalle incombenze. Lo scriviamo da cronisti, ma prima ancora da pazienti, tendendo per primi la mano e riconoscendo le difficoltà che l’esercizio della professione medica comporta, rispondendo così anche alla struggente lettera qui sotto, che ci invita non soltanto a dare conto di una notizia, ma altresì a formare una coscienza pubblica che renda il mondo migliore. (g. bar.)
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