Capisco la rabbia ma tra garantisti e manettari...

Sul Giornale di Brescia dell’11 gennaio un «cittadino arrabbiato» si chiedeva perché soggetti pericolosi vengano rilasciati. Da allora gravi delitti sono stati commessi da criminali già noti e il governo ha risposto annunciando nuovi reati e altro aggravamento delle pene. Intanto, continuano le giuste denunce delle intollerabili condizioni di sovraffollamento delle nostre carceri, Canton Mombello in testa. Si pone quindi una «questione criminale» che forse potrebbe essere meglio affrontata considerando contemporaneamente tutti i fatti. Dai dati Istat risulta che nell’anno 2024 le denunce di reato siano state 2.380.000. Nel 2017 (ultimo dato reperito), le condanne definitive sono state 207.759. Al luglio 2025 la capienza delle carceri era di 51.300 posti ma i detenuti effettivi erano 62.569. Questi numeri (probabilmente ad oggi non molto variati) suggeriscono alcune osservazioni. Non c’è dubbio che il sovraffollamento penitenziario comporti di per sé gravi violazioni di leggi e di convenzioni internazionali sui diritti umani. Quando però i cittadini lamentano la impunità della maggioranza dei crimini constatano un semplice fatto: esitano, pare, in condanna circa il 10% dei reati denunciati e in detenzione meno di un terzo delle condanne. I vari governi hanno quasi sempre reagito alle opposte indignazioni da un lato creando nuovi reati o nuove aggravanti dall’altro trovando qualche estemporaneo meccanismo svuota-carceri di fronte a situazioni ingestibili. Compresi pericolosi escamotages come patologizzare ope legis il crimine e addossare al sistema sanitario o socio-sanitario compiti impropri, senza poteri e competenze idonei e col risultato di confermare la ingiusta stigmatizzazione dei veri malati. Tutto ciò con negative conseguenze sull’intasamento giudiziario tanto che il processo è spesso una punizione peggiore della pena anche se si viene assolti. L’unico provvedimento strutturale finora varato (legge Cartabia) è stato la eliminazione della procedibilità d’ufficio per molti reati «minori» con ciò scaricando sulle vittime la responsabilità del procedimento e creando una doppia disuguaglianza: quella tra vittime in grado o no di perdere tempo e denaro per incerti esiti e quella tra criminali in grado o no di esercitare intimidazioni efficaci. Beccaria insegna che non è la gravità della pena a trattenere dal delitto ma la certezza e immediatezza della medesima. E i provvedimenti sopra indicati non pare migliorino né l’una né l’altra. Che fare quindi? A occhio, se le pene oggi previste fossero applicate anche solo per il 20% dei reati denunciati dovremmo, almeno, quadruplicare l’organico di tribunali, forze dell’ordine, sistema penitenziario e costruire almeno altre 400 carceri da aggiungere alle attuali 190. Ma, con un debito pubblico superiore al 136% del Pil e una pressione fiscale (per chi paga) del 40%, è realisticamente possibile un tale aggravio della spesa pubblica? Forse per mettere fine all’inconcludente tiramolla tra proteste delle vittime e lamentele del mondo penitenziario converrebbe rinunciare all’idea irrealistica di un sistema giudiziario pensato per fare «giustizia» in favore di una legislazione più efficace, con meno processi ma più sanzioni effettivamente e rapidamente applicabili. Ne cito tre proponibili alla pubblica discussione. Primo: per finirla con inevitabili indulti più o meno mascherati riservare la detenzione ai reati dolosi contro la persona o gli animali, a quelli contro la sicurezza dello Stato e a quelli collegati alla criminalità organizzata e punire gli altri con pene non detentive. A mero titolo di esempio: sanzioni pecuniarie proporzionate al patrimonio, estensione del lavoro non retribuito (già previsto dall’art. 186 Codice della Strada), sequestro dei beni, limitazioni al diritto di proprietà o di altri diritti civili. Secondo: depenalizzare tutti i reati colposi (cioè con esiti non voluti) la cui replica può essere facilmente impedita ricorrendo a sanzioni di diritto civile. Terzo: trasformare in illeciti amministrativi o in violazioni disciplinari tutti quei comportamenti, pur esecrabili, che possono essere sanzionati efficacemente e impediti per sempre senza procedimento penale. Ad esempio, l’impiegato pubblico «pescato» a fare la spesa in orario di servizio o il dirigente che (gratuitamente) fa saltare la coda agli amici potrebbero essere velocemente licenziati con un procedimento disciplinare e conseguente perenne esclusione a incarichi pubblici, senza rischi di recidiva. Certo tutto ciò, per opposti motivi, potrebbe risultare molto impopolare sia tra i «manettari» sia tra i «garantisti». Ma, vista la situazione, perché non cominciare almeno a discuterne?
Mariagrazia FasoliBrescia
Cara Mariagrazia, chissà quante persone saranno giunte in fondo alla sua lettera, sforzandosi di rifletterci sopra, di affrontare davvero il problema, al di là degli slogan e delle pure e semplici soluzioni (che raramente sono pure e mai semplici). Perché, al fondo, in democrazia, la convivenza civile questo richiede: fatica, impegno, ragionamento. Vale per il tema che lei pone e per mille altri, compreso il prossimo referendum su un argomento attiguo, quello della giustizia. Ci rendiamo conto non sia facile, specie al tempo spiccio e superficiale dei social, ma confidiamo che si possa fare. E che chi è arrivato a leggere fin qui sia già a buon punto per poter dire la sua, ricevendo da noi in cambio stima, rispetto. (g. bar.)
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