Frequentemente mi capita di dover sopportare sgradevoli situazioni che si riferiscono al modo con cui vengono educati e gestiti gli animali domestici, in particolare cani e gatti: trovare escrementi davanti al cancello di casa o in giardino, la presenza di numerose deiezioni sul suolo pubblico urbano, i continui e irritanti latrati, il mancato rispetto delle regole di custodia nei giardini pubblici e altro. Queste situazioni mi hanno portato a riflettere sull’esagerata attenzione e disponibilità che diverse persone, nel nostro mondo cosiddetto occidentale dedicano ai loro animali da compagnia. Negli ultimi decenni, per cause culturali e sociali come il calo delle nascite, la solitudine e la trasformazione del nucleo familiare, si sono rafforzate opinioni che gli animali da compagnia sono membri della famiglia. In questo contesto l’animale domestico non è più solo utile ma un compagno affettivo di vita e come tale viene trattato e gestito con spese elevate per il cibo, assicurazioni e cure veterinarie costose, servizi di lusso, feste per ricorrenze, l’uso di un linguaggio umanizzante, chiamando ad esempio il proprio cane come figlio e con nomi da umani. Di conseguenza si è innescata anche una trasformazione economica, sostenuta pesantemente con la pubblicità dall’industria che produce cibo e accessori per animali, che ha condizionato uno squilibrio etico e morale, si investono risorse per gli animali mentre persistono enormi problemi e disuguaglianze per gli esseri umani. Questo rapporto speciale con gli animali rischia di diventare un’altra forma di consumismo più che una relazione autentica. Sicuramente ci sono anche aspetti positivi come il miglioramento della qualità di vita degli animali rispetto al passato e benefici per la persone come avere compagnia e supporto emotivo nei momenti di difficoltà. La questione è trovare una giusta proporzione che tenga insieme i fattori positivi con il rispetto e la responsabilità.
Gianfranco Abiatico
Poncarale
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