Azat, Alessandro e cosa possiamo fare per gli ultimi

Due uomini sono morti a poche ore di distanza, in due parchi della stessa zona della città. Due morti silenziose, avvenute all’aperto, in inverno. Si chiamavano Azat Tashbayev, 42 anni, di origine uzbeka, e Alessandro Rosso, 44 anni, bresciano. Alessandro Rosso era uscito da pochi giorni dal carcere, portando con sé una dipendenza e una profonda fragilità. Chiamarlo «clochard» non spiega, semplifica. E rischia di nascondere il punto più delicato di tutta questa vicenda: il passaggio dall’uscita dal carcere alla vita fuori. Un momento in cui una persona non è più detenuta, ma spesso non è ancora dentro una rete reale, capace di accoglierla, sostenerla, accompagnarla. Un tempo sospeso, spesso brevissimo, in cui si concentra il massimo della vulnerabilità. Nei giorni scorsi il Comune di Brescia ha diffuso un comunicato articolato e importante, che racconta l’esistenza di una rete ampia di servizi, competenze e presìdi dedicati alle situazioni di grave marginalità nella nostra città. È un lavoro serio, costruito nel tempo, che va riconosciuto. Proprio per questo, la morte di Alessandro Rosso sembra indicare un punto particolarmente fragile: un momento decisivo in cui quella rete non era ancora riuscita ad agganciare. Non per assenza di impegno, ma perché il passaggio dell’uscita dal carcere resta uno dei buchi più difficili da colmare. La nostra Costituzione affida alla pena una funzione rieducativa, ma senza un accompagnamento reale fuori dal carcere, quel principio rischia di restare astratto. E in una fase storica in cui l’approccio al carcere torna a essere sempre più repressivo, con l’inasprimento delle pene e l’estensione della detenzione, questo nodo diventa ancora più urgente Servono reti, certo. Ma servono anche spazi abitativi, continuità di cura, accompagnamento umano, soprattutto quando ci sono dipendenze e fragilità complesse. Perché senza queste condizioni il carcere non rieduca: interrompe, espelle, restituisce alla città persone ancora più sole. Brescia è una città che ha sempre cercato di tenere insieme lavoro, solidarietà e attenzione agli ultimi. Il carcere, collocato simbolicamente nel cuore della città, dovrebbe ricordarci ogni giorno che giustizia, sicurezza e umanità non sono alternative, ma parti della stessa responsabilità civile. Ciò che accade a chi esce dal carcere non riguarda solo «gli altri», ma interroga profondamente il tipo di comunità che vogliamo essere. E allora, ancora una volta, come singoli e come comunità, siamo chiamati a scegliere da che parte stare. E non ho dubbi che Brescia, su questo, abbia già scelto. «Una pena senza speranza non è una pena, è tortura» (Papa Francesco).
Laura VenturiBrescia
Cara Laura, ha già scritto tutto lei, a noi non restano che le sottolineature. Ne scegliamo tre. La prima è di senso, per ribadire il pensiero di papa Francesco: «Una pena senza speranza è una tortura». La seconda è pragmatica e ricorda che oltre alle parole servono fatti: spazi abitativi, opportunità di lavoro e vicinanza umana. La terza invece è identitaria, distingue e qualifica chi siamo: «Una città che ha sempre cercato di tenere insieme lavoro, solidarietà e attenzione agli ultimi». Diamoci da fare, allora, dimostriamolo. (g. bar.)
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