Accogliere l’altro per come è davvero. Un buon auspicio

Nell’epoca della complessità, la presenza dei cristiani, nel momento storico del nostro Paese, deve favorire un impegno capace di generare il brivido della speranza che non conosce tramonto. La speranza, prima di essere una virtù teologale, è un meccanismo necessario per vivere e vista come atteggiamento utile per vivere, soprattutto in certi momenti, quando siamo presi dalla paura e dalle preoccupazioni. I tempi che viviamo, purtroppo, hanno esaltato l’orgia del consumismo, dell’arrivismo e dell’individualismo, che ci impone di avere tutto, ci costringe ad accumulare risorse e a depredare territori senza aver rispetto per il creato, e sembra aver respinto l’amore lontano, altrove. Non c’è più solidarietà assistenziale, e la nostra vita si è trasformata in un groviglio di ansie, preoccupazioni e angosce. La civiltà capitalistica e la globalizzazione imperante ci hanno indotti a pensare esclusivamente ai «fatti nostri»: l’altro non è più mio fratello, né amico, piuttosto, un estraneo da evitare e, possibilmente, da schiacciare e sfruttare. Tutto questo, insieme alla frenesia di scalare il successo, il potere e l’arricchimento in tempi brevi, sta deturpando sempre di più la parte migliore di noi. Chiedete alle ragazzine di 15 anni: cosa vuoi fare da grande? Risponderanno: «Andare in televisione». Purtroppo, il vero problema, e questo preoccupa le persone assennate, è che le loro stesse mamme vorrebbero che facessero le veline. Apparteniamo tutti alla grande famiglia umana, e non può esistere distinzione alcuna tra nero e bianco, ricco e povero, sano e malato. Eppure oggi non è così. L’amore è messo da parte ogni giorno, ogni minuto che passa. Basterebbe poco per accorgersi della moltitudine di persone che non arriva a fine mese, che non ha casa, che è in preda di alcol, depressione, dipendenze, prostituzione. L’accoglienza dell’altro - barbone, straniero, indigente - è pratica dell’amore puro; un amore che non si nutre con parole ecumeniche, né di una sfilza di preghiere imparate a memoria, e neppure di una serie di impegni da onorare in quanto cristiani ma di pedagogia di gesti concreti: soccorso, condivisione e superamento di una logica avara che ci prende alla gola e che fa prevalere la dittatura dell’Io su tutto e su tutti. È un amore puro perché i barboni, i bisognosi, i disperati e i diseredati non potranno mai contraccambiare, ma proprio per questo la pratica di questo gesto d’amore ci rende più umani e forse degni, un giorno, di contemplare il volto di Cristo.
Giuseppe GorrusoBrescia
Caro Giuseppe, due annotazioni. Tre, anzi. La prima è che i suoi auspici sono tutti santi e giusti. La seconda invece è che i tempi che viviamo hanno sì i loro problemi, ma non tutto è nero quanto lo dipinge. La terza infine riguarda un dettaglio, che però la dice lunga sull’importanza di osservare, prima ancora di ragionare (che come scriveva Claude Tresmontant: «Poca osservazione e molto ragionamento portano all’errore; molta osservazione e poco ragionamento portano alla verità»): le «veline» erano ciò che volevano fare le quindicenni di una generazione fa. Ora i social hanno cambiato le gerarchie. Se tuttavia chiedessimo a tutte, ma proprio tutte le ragazzine, siamo certi resteremmo sorpresi - in positivo - dalle risposte. Il trucco è infatti non generalizzare e non farci l’idea dell’altro a schemi, per supposizione. Soltanto così, caro Giuseppe, inizieremo ad «accogliere l’altro»: guardandolo per ciò che in effetti è. (g. bar.)
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