A sessant’anni non si è «anziani». Diciamolo chiaro

Lettere al direttore
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Vi scrivo a proposito dell’articolo di cronaca della donna di sessant’anni anni investita a Rezzato. È stata definita «anziana». Vorrei far notare che già nell’anno 2018 la Società Italiana di Gerontologia e Geriatria ha suggerito di innalzare a settantacinque anni l’età in cui si diventa anziani. La percezione di anzianità è cambiata e spetta a noi come società saper adottare un linguaggio che non rifletta pregiudizi. Penso che anche il vostro Giornale debba e possa fare altrettanto.

Nadia Badinelli

Cara Nadia, pensa bene. Però, precisazione per precisazione, è giusto puntualizzare che il titolo a cui si riferisce, uscito sul nostro sito, riprendeva le prime informazioni del pronto intervento, che indicavano ottant’anni, non sessanta. Appena rettificato da parte loro, abbiamo provveduto immediatamente a correggere pure noi. Al di là del caso specifico tuttavia, dare retta alla Società di Gerontologia e Geriatria, fissando per convenzione l’età anziana dopo i settantacinque anni, potrebbe avere giornalisticamente un senso. Con due postille. La prima è mutuata dalla lettura settimanale, su queste pagine, il lunedì, della rubrica del dottor Rozzini, dal quale abbiamo imparato che ogni persona ha (ed è) una storia a sé, per cui non esiste un orologio universale. La seconda invece la peschiamo dall’esperienza personale, rubando le parole a Georges Simenon, il creatore del commissario Maigret: «Nonostante gli anni siano passati, penso sempre a me stesso come al ragazzo che ero». Crediamo valga per molti. (g. bar.)

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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