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IL CASO

Inchiesta sui soldi della Lega, interrogati tre giornalisti


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14 giu 2018, 12:10

Matteo Salvini - Foto Ansa/Angelo Carconi

Tre giornalisti genovesi, appartenenti alle testate Il Fatto Quotidiano, La Repubblica e La Stampa, inviati a Bolzano per seguire l'indagine della Procura di Genova sui flussi finanziari della Lega, sono stati identificati ieri dalla Guardia di Finanza, convocati e trattenuti in caserma per tre ore per rispondere, su richiesta della procura genovese, di alcuni articoli pubblicati sull'inchiesta. Si tratta Ferruccio Sansa, Marco Preve e Matteo Indice.

Fnsi, Associazione Ligure Giornalisti, Ordine Ligure dei Giornalisti e Gruppo Cronisti Liguri condannano, in una nota, «il comportamento intimidatorio messo in atto da magistratura e polizia giudiziaria nei confronti dei colleghi impegnati a illuminare una delle vicende più oscure di questi ultimi anni, riportando aggiornamenti importanti e di sicuro interesse pubblico su un'indagine finanziaria che riguarda riciclaggio conseguente a truffa ai danni dello Stato nel percepimento di 48 milioni di fondi pubblici». 

«Sorprende la scelta "muscolare" di magistratura e polizia giudiziaria, il loro tentativo di imbavagliare l'informazione e imbrigliare la libertà di stampa», conclude la nota. 

In precedenza, la Guardia di Finanza genovese, su input della procura del capoluogo ligure, aveva fatto acquisizioni di documenti alla banca Sparkasse di Bolzano e in una filiale di Milano per capire a chi siano riconducibili quei tre milioni di euro che subito dopo le elezioni del 4 marzo sono stati trasferiti dal Lussemburgo all'Italia.

Gli inquirenti sospettano che quei soldi siano parte del cosiddetto tesoro del Carroccio: 48 milioni di rimborsi elettorali dal 2008 al 2010, non dovuti, per i quali sono stati condannati in primo grado per truffa, nel luglio dello scorso anno, Umberto Bossi e l'ex tesoriere Francesco Belsito e per i quali è in corso l'appello. 

Le fiamme gialle hanno sequestrato documenti cartacei e file informatici al presidente dell'istituto di credito altoatesino, Gerhard Brandstaetter, e ad altri dirigenti oltre che dipendenti a Bolzano e Milano. Dati informatici sono stati acquisiti dalla sede del server della banca a Collecchio (Parma). Dopo la condanna di Bossi e Belsito, i magistrati e la guardia di finanza hanno cercato di rintracciare i 48 milioni, per chiederne la confisca in caso di condanna definitiva. Ma solo 2 milioni sono stati trovati, il resto, secondo i vertici della Lega non ci sarebbe più, perché speso negli anni passati per attività politiche. 

Ne era nato un braccio di ferro tra la procura e gli avvocati della Lega: la prima chiedeva il sequestro delle cifre che sarebbero arrivate successivamente nelle casse del partito, i secondi sostenevano che i magistrati si dovessero fermare. Nei mesi scorsi la Cassazione aveva dato ragione ai pm genovesi. 

Nel frattempo, a dicembre 2017 l'ex revisore contabile Stefano Aldovisi, uno dei condannati insieme a Bossi e Belsito, aveva presentato un esposto dove segnalava che i soldi erano forse stati «dirottati» verso la Sparkasse e da qui fatti sparire all'estero. Ne era nata una indagine per riciclaggio che nei giorni scorsi ha avuto una accelerazione dopo la segnalazione fatta a Bankitalia dal Lussemburgo sui 3 milioni. 

La banca fa sapere che quelle movimentazioni non sono riconducibili al Carroccio. «La Sparkasse - dice l'istituto - ha fornito i chiarimenti necessari per identificare i titolari delle operazioni che si presumeva potessero essere riconducibili alla Lega (titolare di un conto tra il 2013 e il 2014)». Gli accertamenti riguardano «una specifica operazione di acquisto titoli effettuata nel 2016 e un'operazione di vendita fatta a gennaio 2018. È normale operatività del portafoglio di tesoreria di proprietà della banca e le transazioni non sono assolutamente riconducibili alla Lega». 

 

 

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