Vittoria di Orban: da Budapest l'allarme per le democrazie

Più forte di ogni polemica. Spesso isolato in Europa per aver promosso leggi liberticide ed aver intaccato lo stato di diritto. E da qualche settimana anche in piena rottura con gli alleati storici del Gruppo di Visegrad - soprattutto Polonia e Repubblica Ceca -, che gli hanno voltato le spalle per le sue posizioni molto tiepide nei confronti di Putin e della Russia dopo l’invasione dell’Ucraina.
Ma Viktor Orban sembra essere imbattibile e si appresta a conquistare il suo quarto mandato consecutivo come primo ministro dell’Ungheria. Non è servito nemmeno che l’opposizione, dall’estrema destra fino ai verdi, si coalizzasse in un’unica formazione per provare a spodestare quello che è senza dubbio il più scomodo dei leader dell’Unione europea.
Per tutti i sovranisti del Vecchio continente è un modello, per gli altri è quasi un incubo; soprattutto per la facilità con cui riesce a navigare nella politica internazionale: in questi anni Budapest ha ottenuto dosi di Sputnik V nonostante l’Ema non l’abbia mai approvato, ha fatto affari con la Cina per la linea ferroviaria ad alta velocità Belgrado-Budapest a lungo osteggiata da Bruxelles. Ma oltre che fare affari con entità geopolitiche decisamente avverse all’Europa, ha vestito lui per primo i panni del sabotatore dell’Ue e del modello democratico. In un ormai celebre discorso del luglio 2014 Orban ha parlato per la prima volta di democrazia illiberale e da allora la frattura ideologica con il cuore dell’Unione europea si è fatta sempre più profonda.
Portando ad esempio i successi di Singapore, Cina, Russia e Turchia quali realtà «né occidentali, né liberali», Orban, ha affermato che «una democrazia non necessariamente deve essere liberale perché uno Stato anche non liberale, può essere democratico». Per queste ragioni ha raccolto consensi tra forze politiche anche nostrane (in primis Lega e Fratelli d’Italia) che credono in un altro modello d’Europa, in cui l’unione politica deve essere bloccata sul nascere e dove gli Stati devono riprendersi la propria sovranità. Insomma una sorta di Comunità di Stati, in cui ognuno pensa per sé.
Esempio plastico di questo modello è stato il rifiuto sistematico da parte dell’Ungheria di accogliere migranti in arrivo dal Mediterraneo anche quando a Roma governava un esecutivo populista (il governo gialloverde) molto vicino alle sue posizioni Negli anni Budapest ha limitato i poteri della stampa indipendente, ha seguito l’esempio polacco sulla magistratura provando a limitarne l’indipendenza e sta fronteggiando una procedura d’infrazione Ue per il mancato rispetto dei diritti umani legato all’accoglienza dei migranti a partire dalla crisi del 2015, al termine della quale chiese a Bruxelles di pagare il conto.
La vittoria di Orban ricorda una volta di più quanto sia fragile la democrazia e di quanto soprattutto nei Paesi con una «democratizzazione giovane» (l’Ungheria appartiene all’ultima ondata di democrazie post-sovietiche) questi processi siano a rischio di pericolose deviazioni: serve tempo perché il seme democratico possa davvero diventare un albero. È meglio tuttavia che l’Ungheria sia nell’Ue, che si scontri con essa ma venga limitata, piuttosto che venga lasciata alla deriva. Le democrazia ungherese deve ancora maturare ma non può essere abbandonata.
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