Dopo l’esito negativo della quarta votazione per l’elezione del Capo dello Stato, si diffonde nel mondo politico e nel Paese un certo sconforto per il protrarsi di una situazione più complicata che complessa e che si va ingarbugliando oltre il limite del «non ritorno». Molti obiettano che nella Prima Repubblica ci vollero 21 scrutini per Saragat nel 1964 (sotto Natale) e (con l’esito il 24 dicembre) 23 nel 1971 per Leone, senza contare i sedici per Pertini (1978) e per Scalfaro (1992). Ci si meraviglia anche del fatto che il centrodestra non abbia partecipato al voto, come se fosse una novità: ma proprio nel 1971, solo per fare un esempio, la Dc si assentò per ben 14 volte (non consecutive) per sbloccare la situazione.

Le differenze
Stavolta non è così: uno degli errori compiuti dai protagonisti è stato per esempio volere un eletto di centrodestra, quando si è visto ieri che quell’area politica arriva a stento a 440-450 voti su 1009; una volta, Dc e alleati potevano discutere per giorni sui nomi e sui risvolti politici ma avevano teoricamente i voti per un’elezione immediata, mentre oggi nessuno (né Salvini, né Conte, né Letta, per non parlare degli altri) ha i numeri per imporre qualcosa o qualcuno. Il disagio grave di questi giorni non sta dunque nel numero degli scrutini (che è ancora basso) ma nel fatto che, come nel 2013 quando si finì per rieleggere Napolitano (ma prima si erano svolte solo cinque votazioni), la società e la comunicazione vogliono tempi rapidi e decisioni efficaci.

Non le si poteva avere - un tempo - da un sistema strutturato, dove certo non si temeva la caduta del governo se si eleggeva un Capo dello Stato (tanto i governi cambiavano frequentemente, mantenendo la stessa formula e talvolta in gran parte gli stessi ministri), figurarsi oggi. Il governo Draghi è nato a causa di molteplici emergenze, è figlio dell’unità nazionale (o quasi) e di forze storicamente incompatibili fra loro: sbagliare la scelta del Capo dello Stato può far saltare tutto, senza avere soluzioni o formule di ricambio. Inoltre, i kingmaker erano - un tempo - investiti di un potere che derivava loro dalle «truppe parlamentari che potevano mobilitare e aggregare, oltre che dei rapporti possibili con gli altri leader. Oggi ognuno gioca per conto proprio, cercando di massimizzare il profitto politico ricavabile.
Per esempio: perché non si fa il «conclave» dei leader? Perché vi parteciperebbero almeno sei o sette persone, più almeno un vice per il M5s (Di Maio, perché Conte non rappresenta tutti i suoi) e Salvini, in quel contesto, «varrebbe uno» come Renzi o Speranza o Meloni (quest’ultima, peraltro, ha già fatto capire al leader leghista di non tollerare la sua leadership e la sua conduzione solitaria del gioco quirinalizio). Inoltre, bisognerebbe tenere conto degli equilibri di governo, di quelli interni ai partiti, della personalità dei candidati, dei troppi veti che elidono praticamente tutti i papabili. Insomma, ecco perché ci preoccupiamo dopo quattro scrutini e perché 50 anni fa ci saremmo messi comodi a guardare la scena.
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