«Sto bene, ma mi pesa molto aver dovuto abbandonare i profughi lì, la nostra presenza è importante affinché non si sentano soli». Sono per i palestinesi e non per la sua persona le prime parole di Giuditta Brattini, la cooperante bresciana messa in salvo dalla Striscia di Gaza da una delegazione consolare italiana mercoledì insieme a tre connazionali.
Rientrerà in Italia oggi dopo due mesi da incubo, dopo aver visto le bombe, la fame, la malattia, i cadaveri. Fisicamente sta bene, ma psicologicamente è tutt’altra storia: «Non ho avuto il tempo di metabolizzare - racconta la volontaria, che si trovava nella Striscia da inizio ottobre per la onlus Gazzella di Verona -. Adesso ho bisogno di mettere in ordine tutto e raccontare; noi che siamo usciti abbiamo il dovere di dire quello che abbiamo visto: è un genocidio». Brattini racconta di «persone ammassate in luoghi di riparo che non hanno niente, solo un panino e una scatoletta di carne al giorno, per ogni famiglia. Questa non è una responsabilità dell'Unrwa che anzi sta facendo il possibile, ma gli aiuti non sono sufficienti». E poi cristallizza momenti e scene di vita da profughi, col terrore di essere colpiti dai bombardamenti: «Eravamo senza servizi igienici e dormivamo all’aperto. Certo, queste condizioni non sono paragonabili a quelle dei palestinesi, ma abbiamo provato sulla nostra pelle cosa significa essere evacuati dalla propria casa e avere solo uno zaino in spalla con dentro poche cose».




