Italia e Estero

La fotoreporter di Brescia che documenta la guerra in Ucraina

Francesca Volpi, classe 1985, è al lavoro come freelance per raccontare il conflitto: «Scene così tragiche che spesso piango»
La fotografa bresciana Francesca Volpi - Foto © Francesca Volpi / WeWorld
La fotografa bresciana Francesca Volpi - Foto © Francesca Volpi / WeWorld
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La cosa a cui non pensiamo mentre guardiamo le migliaia di fotografie drammatiche che arrivano dall’Ucraina Francesca Volpi la dice mentre parliamo al telefono alle dieci di sera: «Sono scene talmente tragiche che spesso mi trovo le lacrime agli occhi. Come tutte le persone che qui raccontano le loro storie: appena cominciano a parlare, piangono». 

È l’altro lato dell’obiettivo, che non si vede, ma che conosce bene chi lavora sul campo. Francesca Volpi, 1985, è una fotoreporter di Brescia che in questo momento si trova a Odessa, a sud del Paese, per documentare la guerra in Ucraina come freelance (le sue immagini sono già state pubblicate su diversi giornali stranieri, per l’Italia collabora con L’Espresso e la Rai. Qui avevamo scritto del suo lungo reportage da Beirut, in Libano). Nel 2014 ha seguito da Kiev la rivoluzione dell’Euromaidan ma, racconta, «non aveva nulla a che fare con quello che succede ora. Il livello di violenza adesso è un altro».

Volpi è arrivata a Kiev pochi giorni dopo l’inizio dell’invasione russa. Aveva già in programma di partire, ma come successo a molti giornalisti anche il suo volo è stato cancellato. Così si è diretta a Budapest insieme alla giornalista belga con cui sta girando il Paese: da lì hanno proseguito in treno fino al confine e poi a Leopoli in autostop. «Non era ancora cominciato l’esodo enorme che porta verso la Polonia - spiega la fotografa bresciana -. Abbiamo raggiunto Kiev con uno degli ultimi treni, che a trenta chilometri dalla città spengono tutte le luci per non farsi vedere dai russi. Lì abbiamo dormito in stazione con chi aspettava la fine del coprifuoco per fuggire».

Lavorare nella capitale non è semplice: non c’è benzina per girare e anche gli interpreti sono scappati. «I civili però stanno molto peggio. Mi sono accampata nelle scuole e nelle chiese per ascoltare le loro storie: si dorme vestiti per la paura dei bombardamenti, la gente fissa nel vuoto tutta la notte in attesa che cambi qualcosa - dice Volpi -. Ma gli ucraini non si danno per vinti. Chiedono una cosa che non avranno: la no fly zone. Sono un popolo coraggioso, che lotterà anche strada per strada». 

La situazione intanto peggiora e anche a Odessa si teme l’attacco dei russi con un copione simile a quello di Sumy, Mariupol e Kharkiv. «Il sindaco di Mykolaïv, cittadina vicino a Odessa, ha già dato disposizioni di far saltare il ponte come hanno fatto a Irpin per evitare l’ingresso dei russi a Kiev - spiega Francesca Volpi -. Ma il timore è che nemmeno qui i russi rispettino il cessate il fuoco per i corridoi umanitari». Lei e la collega belga sono pronte a rientrare appena il contesto dovesse  aggravarsi: «Ma non sarà facile. Non escludo che dovremo camminare per chilometri per raggiungere il confine».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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