Italia e Estero

Il dito di Dio: le voci del naufragio si fanno terapia di gruppo

Realizzato da Pablo Trincia, il podcast di nove episodi sulla Costa Concordia ai vertici delle classifiche è diventato anche un romanzo
La Costa Concordia fotografata pochi giorni dopo il naufragio - Foto Cnsas © www.giornaledibrescia.it
La Costa Concordia fotografata pochi giorni dopo il naufragio - Foto Cnsas © www.giornaledibrescia.it
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C’è una parte del naufragio della Costa Concordia che non conosciamo. È sempre stata raccontata come una storia «schettinocentrica»: tutti, dieci anni dopo, ricordano la telefonata con il comandante Gregorio De Falco e i gossip sull’ospite Domnica Cemortan in cabina di comando. L’autore Pablo Trincia - prima nel podcast «Il dito di Dio» (prodotto da Spotify Studios con Chora Media e scritto insieme a Debora Campanella) e poi nel libro «Romanzo di un naufragio - Costa Concordia: una storia vera» (edito da Einaudi) - ha cercato di dare voce a chi quella notte era bordo di quella nave.

«La Concordia non era solo un relitto semiaffondato al largo dell’isola del Giglio - spiega -, ma un micromondo che aveva una vita propria. Ci lavoravano persone, c’erano vite che si intrecciavano: una storia complessa, adatta a questo tipo di racconto molto approfondito, immersivo e seriale che ho sentito il bisogno di raccontare».

Le storie di chi c'era

Pablo Trincia, giornalista e autore di Chora Media - Foto Facebook/Chora Media
Pablo Trincia, giornalista e autore di Chora Media - Foto Facebook/Chora Media

La costruzione del podcast ha richiesto diversi mesi di lavoro, i cui sono state raccolte decine di testimonianze. «All’inizio la magnitudine dell’avvenimento mi spaventava - spiega Trincia - e mi sono studiato carte processuali, documenti, reperti. Sono partito da zero, con l’obiettivo di ricostruire in modo meticoloso la vicenda, senza pregiudizi né convinzioni». Il giornalista ha raccolto gli audio originali di quelle ore, le interviste di superstiti e soccorritori, i racconti del personale di bordo, poi cuciti in una ricostruzione sonora con continui cambi di scena. Il risultato è uno spaccato di umanità che ha quasi i tratti di un campionario.

«È una narrazione potente dal punto di vista emotivo: è stato istintivo immedesimarsi in quelle storie raccontate nella serie, perché tutti noi ci siamo chiesti "ma io cosa avrei fatto?". Avrebbe prevalso lo spirito animale di sopravvivenza o il lato compassionevole e empatico? La verità è che, di fronte a un avvenimento del genere, nessuno può prevedere come reagirebbe».

Da storia schettinocentrica a terapia di gruppo

Il podcast «Il dito di Dio» è stato costruito con le testimonianze di decine di sopravvissuti - Foto Ansa/Enzo Russo © www.giornaledibrescia.it
Il podcast «Il dito di Dio» è stato costruito con le testimonianze di decine di sopravvissuti - Foto Ansa/Enzo Russo © www.giornaledibrescia.it

Tra gli ascoltatori de «Il dito di Dio», nove episodi che da settimane occupano i vertici delle classifiche dei podcast più ascoltati in Italia, molti si trovano a scoprire vite e connessioni che non avevano considerato. Tra queste c’è anche quella del comandante Francesco Schettino, capro espiatorio di una vicenda che aveva bisogno, e diritto, di individuare un colpevole. «È stato ovviamente lui il protagonista di quello che è successo tra le 21.45 e le 22.54 di quel 13 gennaio 2012: l’errata gestione dell’incidente è sua responsabilità, come stabilito in tribunale. Io immagino che anche lui sia andato in blackout, forse la sua mente ha rifiutato di credere a cosa stava succedendo e le sue scelte l’hanno condannato. Abbiamo cercato però di andare più in profondità, raccontando la carriera e l’uomo».

Ed è proprio accogliendo le «storie degli altri» che il podcast diventa una sorta di terapia di gruppo: «Riascoltandolo mi sono sentito vicino a persone che non conoscevo e ho visto i miei traumi sotto una luce diversa. Penso che faccia anche bene».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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