ROMA, 06 MAG - "Un giorno del febbraio del 1944 un 'amico' denunciò mio padre e lo vendette ai tedeschi". Con queste parole Nando Tagliacozzo racconta la sua storia di ebreo romano che scampò "assolutamente per caso" all'olocausto, la pagina più nera della storia che invece costò la vita "a tre generazioni della mia famiglia, mia nonna, mio padre e mia sorella". Nando racconta la sua storia da quello che fu il campo di concentramento di Fossoli, a 30 chilometri da Modena, dove oltre 2mila ebrei - tra cui il padre di Nando - e altrettanti detenuti politici furono costretti a transitare prima della deportazione ad Auschwitz. Il campo è in questi giorni una delle tappe del Viaggio della memoria, di cui Nando Tagliacozzo è testimone prezioso, organizzato da Roma Capitale per oltre cento studenti romani. Era il 16 ottobre 1943 quando i nazisti rastrellarono Roma e deportarono circa un migliaio di ebrei. All'epoca Nando aveva appena 5 anni. "I nazisti presero mia sorella Ada, mia nonna Eleonora e mio zio Amedeo - racconta oggi - Non abitavamo al Ghetto, quindi quando arrivarono da noi non 'svuotarono' tutto il palazzo, ma erano interessati solo a casa Tagliacozzo", prosegue. I nazisti avevano elenchi precisi, forniti dalla pubblica amministrazione fascista. La mattina del 16 ottobre 1943 bussarono a una porta, non all'altra: così furono presi la nonna Eleonora, lo zio Amedeo e la sorella Ada, di 8 anni, che quella notte aveva dormito dalla nonna. Furono arrestati quel giorno e deportati direttamente ad Auschwitz. "Io, mio fratello e i miei genitori ci salvammo". Ma la famiglia non era al sicuro. Pochi mesi dopo, nel febbraio del 1944, anche il padre di Nando fu catturato, tradito da una delazione pagata cinquemila lire, la taglia prevista per ogni ebreo denunciato. Il suo fu un percorso più lungo e altrettanto crudele: una notte alla caserma Mussolini, poi via Tasso, il carcere di Regina Coeli, quindi il passaggio a Fossoli e infine la deportazione ad Auschwitz. Dopo il rastrellamento, la famiglia riuscì a nascondersi: "Siamo finiti nel convento delle suore del Preziosissimo Sangue e siamo rimasti lì fino alla liberazione di Roma, il 4 giugno 1944. Per mesi siamo stati chiusi dentro", racconta. Il senso dei viaggi della memoria? "Ho l'assoluta convinzione che non ricordando si rischia di ripetere", conclude. "Ricordare che tutto questo è accaduto qui, in Italia e non chissà dove, aiuta a capire anche il presente. Spesso si pensa ai campi di concentramento tedeschi, ma anche il nostro Paese ha le sue responsabilità. Gli italiani non sono stati innocenti".
'Così mi salvai dai nazisti', a Fossoli sopravvissuto ricorda
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