Lava evocata come strumento di battaglia sociale, l’eruzione come metafora della rabbia esplosa sugli spalti. Succede come per le Idi di marzo: contrassegnano il calendario, man mano che sul campo il gioco si fa duro, definiscono le stagioni.
Tutti se l’aspettano. Quasi non fa più notizia - anzi pare diventare un fatto di costume. È la catastrofe a segnare il confine delle dinamiche relazionali tra le tifoserie di calcio. E quindi tra persone, comunità, pezzi di Paese. Nel ritornello dei cori ricorre sempre Lui, il Vesuvio.
L’ultima elegia è stata intonata a Bologna, dove sono stati invocati disastri proprio mentre poco lontano dal vulcano (vivo e vegeto) la terra si rigirava, si scuoteva, batteva come un feto fa sulla placenta. Nei Campi Flegrei accade come nei paesi vesuviani, arroccati in maniera indistinta ai piedi di una montagna saltata in aria l’ultima volta solo 80 anni fa: il rischio c’è se solo se si vede. Ora si sente. E allora su quella caldera calpestata da centinaia di migliaia di persone adesso si dorme in strada, in auto, si fugge a passo lento.
Due facce di uno stesso Paese che pare il paziente sul lettino della psicologia sociale. Perché l’Italia è un Paese fondato sul cataclisma: si augura al nemico ma allo stesso tempo si esorcizza. Persino il passato mitico millenario - che si fa a gara a visitare a Pompei - si è fatto materia grazie alla lava.




