Un Gramsci da social per la lotta all’egemonia

C’è una battaglia politica silenziosa combattuta a suon di libri, convegni e citazioni. Imperversa (non solo) in Italia e si combatte sul terreno dell’intellighenzia. Perché quando mancano nuovi fari si guarda alla Storia. Succede così che scrittori e artisti si ritrovino sempre più spesso tirati per la giacchetta da questa o quella parte.
Bentornata Seconda Repubblica: come allora la politica ha bisogno di nuove identità, ma la linfa di oggi è solo l’effetto del caos strisciante. Nell’epoca dei libri usa e getta, dell’assenza di dibattito culturale, delle figure di intellettuali ridotte a bizzarri personaggi da piccolo schermo si pesca dal pantheon: J.J.R. Tolkien prima, P.P. Pasolini poi. Con loro la destra cerca più affinità che divergenze.
E poi c’è lui: Antonio Gramsci. Il governo ha provato a mettere più di una fiche sul fondatore del Partito comunista italiano e uno dei più grandi pensatori del Novecento. Ma il grande innamoramento della politica odierna per il massimo teorico dell’egemonia culturale ha già i primi effetti nefasti. Il Guardian ha notato che gli viene spesso attribuita la frase «ora è il tempo dei mostri». Nei Quaderni scrisse invece: «Il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati». In questo interregno Gramsci diventa un Bukowski da social.
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