In poche parole

Spese «difesa» al 5% del Pil? In coscienza, c’è del buono

L’1,5% è destinato a «proteggere le infrastrutture critiche» come reti elettriche, telecomunicazioni o gli ospedali
Bandiere della Nato - Foto Ansa  © www.giornaledibrescia.it
Bandiere della Nato - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Si fa presto a dire «spese militari» e aumento delle stesse fino al 5% del Pil. Lì dentro infatti si nasconde un mondo e forse è il caso di fare dei distinguo su ciò che è destinato inevitabilmente a dividere e su quanto invece è possibile trovare un’intesa comune.

L’accordo Nato siglato a L’Aia prevede infatti che «gli alleati si impegnano a destinare ogni anno il 5% del Prodotto Interno Lordo alle esigenze fondamentali della difesa e alle spese connesse alla difesa e alla sicurezza entro il 2035, per garantire i nostri obblighi individuali e collettivi».

L’impegno dei Paesi aderenti è però suddiviso in due componenti principali: il 3,5% per la spesa militare vera e propria, il restante 1,5% invece per «proteggere le infrastrutture critiche», rafforzare la «resilienza civile» e sostenere l’innovazione e la difesa.

Ecco, su questo 1,5% anche i pacifisti - lo scriviamo secondo coscienza, appartenendo alla categoria - non dovrebbero obiettare, poiché proteggere le reti elettriche, le telecomunicazioni o gli ospedali da possibili attacchi informatici è nell’interesse di tutti. Così come a ciascuno dovrebbe stare a cuore che nessuno «avveleni i pozzi» della convivenza civile con fake news e campagne social false e tendenziose.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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