In poche parole

Quei piccoli Gesù morti di freddo

Non c’è Natale nella Striscia. Si nasce piangendo e dopo poche settimane si muore
Antonio Borrelli

Antonio Borrelli

Giornalista

Una donna piange i suoi cari a Gaza - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Una donna piange i suoi cari a Gaza - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Neppure dei neonati sottoterra spezzano l’anima. Né l’adagio dei minuscoli corpi rilasciati da mani vecchie anche se giovani rompe il quotidiano. A migliaia di chilometri le istantanee di quei sette piccoli Gesù senza volto né nome danno solo qualche fastidio: uno scatto con la testa, un tic agli occhi, al massimo un groppo in gola.

Poi si riprende. A mangiare, a parlare, a scrollare. «È tempo di regali». Quanto aveva ragione la Arendt quando titolò «La banalità del male» - ormai aforisma popolare -. È un gesto codificato dal mondo greco almeno venticinque secoli fa, quello di coprire il corpo del morto con un lenzuolo bianco. Non serve solo a proteggere i morti dallo sguardo dei vivi, ma anche i vivi dalla vista della morte. È il limite del pudore, del rispetto, è simbolo della compassione e della capacità di fermarsi. Nessuno si ferma, però. Né a Gaza né in Occidente.

Non c’è Natale nella Striscia. Si nasce piangendo e dopo poche settimane si muore per il freddo. Esistenze lampo prive di coscienza, c’è spazio solo per il dolore. Si parla di orrore, di sangue, di strage, di carneficina, qualcuno dice «genocidio». Non si è ancora detto, scritto, parlato di nulla.

Solo immagini, qualche figura retorica. Bisognerebbe vederli da vicino quei sette neonati morti al gelo sotto le bombe nella terra di Cristo. Il futuro cancellato, il presente compromesso.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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